giacche peuterey prezzi problema e soluzione dei rapporti tra padre e figlio in Pinocchio

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Per riflettere intorno al concetto di gratitudine, che è anche un sentimento fondamentale per la stabilità e la qualità delle relazioni umane, un sentimento la cui carenza può essere causa di lacerazioni e di sofferenze, o addirittura di sollievo, per la liberazione da sentimenti di colpa e di soggezione che potrebbe consentire, l’A. utilizza la trama di un capolavoro della letteratura mondiale, assai noto, ma non altrettanto compreso e valorizzato nella sua struttura profonda.

Si tratta di Le Avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi (1826 1890), di cui si propone una lettura psicopedagogica, che da un lato consenta una fruizione anche estetica della dinamica relazionale interna alla fiaba, condotta dal Collodi con genialità, partecipazione ed ironia, dall’altro una meditazione utile a comprendere la complessità e la densità dei rapporti fra paternità, filialità e maternità, a partire da una improbabile eppur tanto umana famiglia d’un burattino che diventa ragazzo.

Un tòpos dei componimenti scolastici dei bambini e delle letterine di Natale da mettere sotto il piatto al proprio padre è stato per secoli il riferimento alla gratitudine verso i genitori. “A scuola voglio fare il bravo e prendere bei voti, per far contenti i miei genitori, che fanno tanti sacrifici per me”. Erano per lo più le mamme e le maestre a suggerire ai bambini queste espressioni, per educare i loro sentimenti, a cominciare dalla conoscenza di aspetti che di solito sfuggono all’egocentrismo infantile.

Si trattava di richiamare l’attenzione dei piccoli sui “sacrifici” che i grandi fanno per loro, ossia sul fatto che il “mantenere, istruire ed educare i figli”, secondo il linguaggio che sarebbe poi entrato nella nostra Costituzione, è anche un dono, che implica un costo e che merita un riconoscimento e un comportamento di riconoscenza: si tratta in fondo di giustizia, di una disponibilità a “ricambiare”, ossia a fare in contraccambio ciò che gli adulti si aspettano dai piccoli.

Se loro fanno tanto per te, dicevano in sostanza al bambino e al ragazzo, che cosa fai tu per loro? Li fai soffrire, li fai arrabbiare, dai loro dispiaceri, come Pinocchio, che pensa a divertirsi, mentre suo padre ha venduto la giacchetta per comprargli l’abbecedario e per consentirgli di studiare? La questione non è però così semplice come appare a prima vista. Ci aiuterà in proposito proprio una rapida rilettura selettiva di questo capolavoro della letteratura mondiale, a torto relegato fra la letteratura per ragazzi e quasi per nulla valorizzato nella scuola, come se si trattasse di un’invenzione bislacca, ridotta a una sorta di moralismo grondante di crudeltà.

Pinocchio nei sogni di Geppetto

In realtà Geppetto aveva voluto quel figlio, perché fosse “un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino”.

Dunque riteneva ovvio e legittimo che i genitori si attendessero l’aiuto che avrebbero potuto ricevere dai figli, intesi come “bastoni per la loro vecchiaia”, e che i figli fossero contenti di venire al mondo e di avere un debito di riconoscenza verso i loro genitori. Nella fiaba collodiana, che è anche una grande allegoria pedagogica, le cose invece andarono diversamente.

Pinocchio infatti, quando era ancora dentro un pezzo di legno, cominciò a canzonare suo padre, chiamandolo Polendina, non appena Geppetto ebbe dichiarata la sua intenzione di fabbricarsi da sé un bel burattino di legno, e continuò a far dispetti al povero falegname, non appena fu in grado di fare occhiacci e boccacce. Investito da questo tono “insolente e derisorio”, Geppetto “si fece triste e malinconico, come non era stato mai in vita sua”. Dopo aver costruito le mani al figlio burattino, sentì portarsi via la parrucca dal capo e reagì con questo amaro rimprovero: “Birba d’un figliolo, non sei ancora finito di fare e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre? Male ragazzo mio, male. E si rasciugò una lacrima”

La delusione per la mancanza di rispetto e di gratitudine

Il rispetto che si attendeva dal figlio, lui che era solo un povero falegname proletario, è il riconoscimento della dignità che gli viene dall’essere autore della vita del figlio. Questo riconoscimento è la premessa per la riconoscenza e per la gratitudine.

La gratitudine è un sentimento di affettuosa riconoscenza per un beneficio o per un favore ricevuto, e di sincera disponibilità a contraccambiarlo.

E’ grato colui che mantiene un ricordo costante e cordiale del beneficio ricevuto: a cominciare da quello della vita. Ma con Pinocchio questo processo interiore non ha funzionato. E Geppetto piange, perché il sogno si è rotto, e quello che doveva essere l’incanto di un incontro faccia a faccia con la propria creatura, si frantuma in una serie di dispetti e di tentativi per lo più vani di correre ai ripari. Non la solenne e armoniosa scena della michelangiolesca Cappella Sistina, dove il Creatore suscita, ossia chiama all’essere la sua splendida Creatura, che lo guarda negli occhi, ma un doloroso litigio.

Appena ha le gambe, Pinocchio scappa di casa. Un carabiniere lo ferma e lo riconsegna a suo padre, che tenta di riportarlo a casa per “fare i conti” con suo figlio, mettendo le cose a posto. Ma Pinocchio si butta per terra e non vuol saperne di tornare a casa. La gente discute sul caso e finisce per dare la colpa al padre, che viene portato in prigione da un carabiniere, che non manca mai nelle disavventure di Pinocchio, e si lamenta sconsolato: “Sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Mi sta a dovere. Dovevo pensarci prima!”.

La sofferenza per la mancata gratitudine di Pinocchio porta Geppetto a pentirsi d’averlo messo al mondo. Ma ora è troppo tardi e bisogna gestire questa imprevista relazione problematica. Secondo l’invenzione di Collodi non è tanto il povero Geppetto a riprendere in mano la situazione per educare suo figlio alla riconoscenza e alla responsabilità, anche se non cessa di amarlo e di attenderlo, ma quel processo che avviene nello stesso Pinocchio, attraverso una serie di drammatiche peripezie. E’ la dura realtà che educa e che induce un burattino scapestrato ma di buon cuore a riscoprire dentro di sé la “voce orientante” del padre.

L’inizio del “viaggio di liberazione”, fatto di ribellione, di propositi falliti e di pentimenti

Questo “viaggio interiore” comincia con l’incontro del burattino, candidato a diventare uomo, col Grillo parlante. Sicché gli lancia un martello contro, e il Grillo rimane “lì stecchito e appiccicato alla parete”.

La gioia per la liberazione dalle prediche del Grillo dura poco, perché Pinocchio comincia ad avvertire i morsi della fame: e questi risvegliano in lui i rimorsi della coscienza: “Il Grillo parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa”. E’ la dura lezione della realtà, che in mille modi proverà a convincere Pinocchio che al mondo non si può fare quello che vuole, che non si è onnipotenti, che bisogna sapersi adattare.

Anche questa lezione però non s’impara una volta per tutte. Un po’ ingenuo, un po’ scansafatiche, un po’ imbroglione e bugiardo, Pinocchio sembra a volte sincero nel riconoscere i suoi errori e nel pentirsi della sua disobbedienza: “Io sono più buono di tutti e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un’arte e che sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia”.

Geppetto si commuove, gli rifà i piedi che s’erano bruciati nel fuoco e Pinocchio, colmo di gioia, promette: “Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, voglio subito andare a scuola”. Il legame tra il dovere di studiare e la gratitudine verso il genitore è chiaro, ma questo non basta. Geppetto vende la casacca per comprare l’abbecedario e spiega al figlio che l’ha venduta perché sentiva caldo, anche se fuori nevicava.

“Pinocchio capì questa risposta a volo e non potendo frenare l’impeto del suo buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso”. Non basta ancora. Uscendo di casa, Pinocchio comincia a fantasticare e a prendere impegni con se stesso: a scuola imparerà, poi guadagnerà e potrà comprare a suo padre “una giacca tutta d’argento e d’oro e coi bottoni di brillanti”.

La gratitudine non è solo una questione di conoscenza intellettuale e di coscienza morale, ma è anche una questione di cuore. E Pinocchio ha il cuore buono, è sensibile e ha un sincero desiderio di manifestare la gratitudine verso suo padre. Non ha però ancora costruito il suo carattere, ossia una struttura personale capace di esercitare le virtù cardinali, che sono, come noto, la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza: virtù che darebbero consistenza al suo desiderio di mostrare la sua gratitudine al suo babbo, nelle diverse circostanze della vita.

Purtroppo invece, per citare una battuta di Oscar Wilde, Pinocchio resiste a tutto meno che alle tentazioni: sente un suono gradevole di lontano, che annuncia l’arrivo del Gran Teatro dei burattini e non vuol perdere l’occasione. A scuola andrà domani. Non ha la prudenza dell’astuto Ulisse, che si era fatto legare dai suoi uomini, per poter ascoltare il canto delle sirene senza cedere alla tentazione di buttarsi in mare. Pinocchio invece “si butta”, ossia si riduce a vendere il suo prezioso abbecedario per avere i quattro soldi necessari a comprare il biglietto d’ingresso al Teatro. Per buona ventura, con la sua bontà una volta tanto eroica intenerisce il burbero Mangiafuoco, padrone del Teatro (si offre di esser bruciato al posto di Arelcchino, per far cuocere la cena del burbero omaccione), e ottiene in dono cinque monete d’oro per il suo povero babbo. Ma le sue peripezie non sono ancora finite.

Per una serie di disavventure quei soldi non arriveranno a Geppetto, ma Pinocchio nei momenti difficili non dimenticherà mai il suo babbo. Pensa ancora a comprargli una giacca tutta d’oro e d’argento e a ricomprarsi l’abbecedario. Rifiuta anzi la proposta fattagli dalla Volpe e dal Gatto, d’andare a moltiplicare i suoi zecchini, con questo ragionamento: “voglio andarmene a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri a non vedermi tornare. Purtroppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo parlante aveva ragione.”.

La Volpe e il Gatto, la tentazione del denaro facile e la scoperta dell’onestà

Nonostante questi saggi pensieri, rinforzati dal Merlo bianco, e poi dal ritorno in scena di un umbratile Grillo parlante, che lo consigliano di non dar retta ai cattivi compagni, Pinocchio finisce per cedere alle lusinghe dei due malandrini. Si fa prima spennare all’Osteria del Gambero rosso, poi inseguire dagli assassini, si fa salvare dalla Fatina dai capelli turchini, che provvede a farlo curare da tre medici sapientoni, nonostante i suoi capricci di fronte alla medicina amara e le sue bugie che gli allungano il naso.

I capricci si placano di fronte all’arrivo di una bara per il suo funerale, trangugia la medicina e s’incammina di nuovo verso casa; ma poi, nota Collodi, “finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore”.

E cioè seguì i consigli della Volpe e del Gatto, seppellì le monete nel Campo dei miracoli, sperando che si moltiplicassero come i fagioli, fu derubato, denunciò i ladri e fu messo in prigione, perché la Giustizia, pensa ironicamente Collodi, come del resto Manzoni, funziona quasi sempre alla rovescia.
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