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STIPO (armarium, scrinium). Piccolo armadio o ripostiglio di legno, munito o no di scomparti, a seconda delle dimensioni.

Antichità. Per la deperibilità della materia, non ci rimangono esemp di simili oggetti di uso domestico per il mondo antico, fatta eccezione dell’Egitto.

Come uno stipo, infatti, può essere considerato, nel Museo egiziano di Torino, il grazioso mobile ligneo, in forma di tempietto (XIX dinastia), destinato, come sembra, a contenere statuette. Inoltre uno stipo di forma prismatica rettangolare, con il piano superiore mobile, destinato a contenere oggetti di toletta e di corredo muliebre, fa parte della tomba di Kaje, nello stesso museo (XVIII dinastia).

Per il mondo classico soltanto i monumenti figurati possono fornirci testimonianze al riguardo. Stipi prismatici rettangolari, talora sormontati da timpano, si vedono riprodotti su pitture pompeiane con scene di Amorini (come nella casa dei Vettii). Tali stipi pompeiani, dagli sportelli verticali aperti, adibiti a contenere suppellettile di negozio, lasciano vedere i ripiani in cui è diviso l’interno. Da scavi di una casa pompeiana si sono, tra l’altro, ricuperati gli elementi per la ricostruzione di un elegante armadio, più che stipo, andato distrutto.

Età moderna. Gli armad a stipo, in grande uso a Firenze durante il ‘500, erano divisi in due corpi: l’inferiore chiuso da due battenti, il superiore diviso internamente in vari cassettini attorno a una specie di armadietto centrale, chiuso di solito da un piano. a ribalta. La parte superiore di questo mobile, detta “studiolo”, fu collocata non solo sopra l’armadio, ma anche su un semplice tavolino per scrivere e nacque così lo stipo.

Erano gli studioli, nella forma più antica, generalmente in noce, riquadrati da semplici listelli, con ornati di tarsie sul battente di chiusura, a mano libera o alla certosina; poi si complicarono nella forma e nell’ornato. Si giunse a dar loro talvolta un vero e proprio prospetto architettonico con colonnine ai lati e nel centro, che determinavano spartimenti in cui erano situati i cassettini, frontespiz ricurvi e acuti, nicchie incavate con piccole statue, ecc. Lo studiolo, verso la fine del ‘500, complicato di forme e di eleganze, divenne il ripostiglio di ogni sorta di cose galanti e preziose. Prese allora il nome di stipo, e stipettai furono chiamati quei maestri di legname più raffinati, che si dedicavano alla costruzione di questi piccoli mobili. Agli stipettai fiorentini si devono dei veri piccoli capolavori.

In tutta l’Italia, negli ultimi decenn del ‘500 e durante il ‘600, lo stipo ebbe un’enorme diffusione. Da Firenze passò alla Liguria, dove fu determinato un tipo caratteristico, detto a “bambocci” il quale ha ai lati, invece delle colonne o delle paraste fiorentine, una serie di puttini e di figure a tutto tondo. Stipi a bambocci se ne costruirono in tutta l’Italia settentrionale, e se ne fecero anche a Firenze; di un gusto, però, più sobrio.

Anche negli stipi il ‘600 si sbizzarrì in varietà di forme e di ornati. Si adoperarono inoltre legni var, e gli ornati furono non solo d’intagli, ma di rilievi in bronzo, in ottone, in argento, e di dorature.

A Firenze, per opera di Bernardo Buontalenti, fu introdotta la decorazione di pietre dure. Il Vasari e il Baldinucci descrivono uno splendido studiolo, che il Buontalenti aveva fatto per Francesco I de’ Medici. Era in ebano, adorno di colonnine di eliotropie, diaspri e lapislazzuli, con basi e capitelli d’argento cesellato, determinanti piccoli spartimenti entro i quali erano collocate delle miniature; inoltre piccole statue d’oro e d’argento si staccavano su un fondo incrostato di agate, corniole, sardoniche e altre pietre. Si possono vedere nel Palazzo Vecchio, agli Uffiz, nel palazzo Pitti alcuni stipi di questo genere dei secoli XVI e XVII ornati di pietre dure, che mantengono, pur nella straordinaria ricchezza dei particolari, una netta struttura architettonica. Sono di forma rettangolare allungata e posano su colonnine (v. anche quelli secenteschi del Palazzo dei Conservatori al Campidoglio). Più tardi, alle pietre dure e alle miniature furono sostituite pitture sotto vetro. Questa forma ebbe una grande fortuna in Francia.

Come nella Spagna, anche in Francia, all’inizio del ‘500, si facevano stipi di derivazione italiana. Il ‘600 fu l’epoca in cui gli stipi, in Francia, ebbero uno splendore incomparabile. Si fecero sempre in ebano o in legni rari, e furono ornati d’oro e d’argento, e di pitture. “Stipi all’italiana” sono detti quelli adorni di gemme, che apparvero in Francia nei primi decenni del ‘600.

Il cardinale Mazzarino ne ebbe moltissimi; nei suoi inventar ne sono elencati 17, d’ebano, con ornati di pietre dure all’italiana, e 4 con decorazioni di tartaruga. Il Mazzarino chiamò anzi a Parigi artisti fiorentini, come Luigi Giachetti, Ferdinando e Orazio Migliorini, ecc., perché prestassero la loro opera nella decorazione di questi stipi. Un certo Andrea Cucci, da Napoli, si distinse a Parigi sotto Luigi XIV per la costruzione di stipi complicatissimi, figuranti allegorie dei templi della Pace, della Virtù e della Gloria, interamente ricoperti di diaspri, agate, lapislazzuli, con figure di bronzo dorato. Fra i tanti stipi di Luigi XIV vanno ricordati anche quelli di ambra, di cristallo di rocca sfaccettato con ornati preziosi, e quelli di argento. L’uso degli stipi d’argento si diffuse tanto, negli ultimi decenn del ‘600, che editti del 1689 e del 1700 proibirono di eseguirne ancora. Dovevano però essere, questi, minuscoli cabinets trasportabili, a guisa di scrigni, per riporre solamente gioielli e cose preziose. Per opera di Carlo Boulle, nei primi del ‘700, lo stipo fu decorato anche di squame di tartaruga, in sapiente combinazione con leggieri ornati di bronzo e d’oro: ne rimangono esemplari nel palazzo di Fontainebleau, nel museo di Cluny, al Louvre, ecc. Dalla Francia questa decorazione passò in Italia, come si può rilevare da alcuni esemplari settecenteschi del museo Stibbert, di un gusto, però, lambiccato e artificioso (come quelli torinesi di Pietro Piffetti). Accanto agli stipi ornati di tartaruga furono frequenti quelli decorati alla cinese, con lacche preziose e lievi omati. Apparvero a Parigi già intorno alla metà del ‘600 e incontrarono un largo favore. Il ‘700 creò stipi di piccole proporzioni, poggianti su esili sostegni; ebbero tutti delicati fregi di bronzo spesso dorato, e si ornarono a volte di tondi e di ovati di Sèvres, al centro del battente di chiusura. A poco a poco però lo stipo scomparve dall’uso: gli ultimi esemplari, dei primi anni dell’Ottocento, offrono scarso interesse per la loro semplicissima struttura e le piatte decorazioni in bronzo. (V. tavv. CIX CXII).

Bibl.: Per l’antichità: O. Elia, in Notizie degli Scavi, 1934, p. 291 segg.; G. Farina, Il R. Museo di Torino, Roma 1932, pp. 52, 58. Età moderna: A. de Champeaux, Le meuble, Parigi 1885, I, p. 479; IV, p. 958; G. Viollet Le Duc, Dict. du mobilier franais, I, Parigi 1858, p. 40; J. de Mauri, L’amatore di oggetti d’arte, Milano 1907, p. 393; F. Schottmller, I mobili e l’abitazione del Rinascimento in Italia, Torino 1921, p. 21 segg.; M. Tinti, Il mobilio fiorentino, Milano Firenze s. a., p. 65 segg.; P. Toesca, La casa Bagatti e Valsecchi in Milano, Milano s. a., p. 14 segg.; Seymour de Ricci, Les styles Louis XIV et Régence: mobilier et décoration, Parigi 1930; G. Morazzoni, Il mobile veneziano del ‘700, Milano s. a.; W. von Bode, Italian renaissance furniture, New York 1921; G. Ferrari, Il legno e la mobilia nell’arte italiana, Milano s. a.; A. Pedrini, L’ambiente, il mobilio. del Rinascimento in Italia, Torino 1925.
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