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diVocione profondo, interpretazioni al cardiopalmo, passati trascorsi al fianco dei GYBE, Elizabeth Anka Vajagic stata protagonista di un debutto coi fiocchi nel 2004. Pubblicato da una delle etichette di culto del post rock, la canadese Constellation, “Stand With The Stillness Of This Day” proponeva madrigali gothic folk di struggente intensit A colloquio con la cantautrice di Montreal che rivendica il diritto a “dare voce alla tristezza”, ma senza rinunciare all’ironia.

Rompiamo subito gli indugi: Miss Vajagic ci ha colpito al cuore con il suo disco d’esordio, una collezione di lenti, scuri e dolentissimi madrigali gothic folk. Musica senza tempo ma con un retrogusto antico, pubblicata paradossalmente dall’etichetta supermoderna per definizione, quella canadese Constellation che da anni l’avamposto della scena post rock d’oltre oceano.

La cantautrice di Montreal si presenta cos in modo dirompente all’attenzione generale, mettendo una seria ipoteca sul titolo di astro nascente del songwriting al femminile d’oltreoceano, magari insieme all’altra folksinger dal cuore in inverno, Marissa Nadler.

Elizabeth Anka Vajagic, di Montreal ma croata d’origine, vocione profondo e una forte predilezione per le ore notturne, confeziona cos un disco d’esordio a met strada tra il rock blues urbano di Polly Jean Harvey e quello necrofilo di Nina Nastasia. Stand With The Stillness Of This Day contiene solo sette pezzi, di durata medio lunga, in equilibrio fra la tradizione e le disarmonie di marca Constellation: tra i musicisti accompagnatori, segnalati soltanto dalle iniziali nello scarno booklet, si nascondono infatti illustri personaggi come Efrim Menuck dei GY!BE e Beckie Foon dei Silver Mt. Zion, intenti ad aggiungere dissonanze e stridori in misura minima e liofilizzata alle funeree melodie di chitarra, violoncello e piano che nutrono i pezzi.

Sono tuttavia le parole, e il modo in cui vengono consegnate, a cementare suoni di tale diversa provenienza e addensare le emozioni di un disco a forte rilascio emotivo: la voce della Vajagic capace di riannodare i suoni sparsi e distanti di “Around Here” come di sostenere la nera litania d’archi e i lenti arpeggi della splendida “With Hopes Lost”; altrove si riposa al fuoco della tradizione come una PJ Harvey persa nei boschi (“Why”, “Sleep With Dried Up Tears”) e infine sostanzia la linearit della bella “And The Sky Lay Still”,
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che rilascia suggestivi echi Paisley su uno strato di dissonanze, aggrappata alle sue strofe in attesa di un refrain che non arriva. Spazi vuoti e note sofferte: non si pu negare l’evidenza di un disco solido e ben costruito, di ipnotica grazia, intenso ma non sino al punto di gelo: con la sua voce che vibra e consola, Miss Vajagic certamente pi fuoco che ghiaccio, e sa regalare emozioni al calor bianco.

Se in Stand With The Stillness Of This Day l’attitudine post rock era solo abbozzata, negli scarni interventi strumentali di alcuni tra i pi rinomati musicisti della scena di Montreal, nel successivo Ep Nostalgia Pain (2005), edito ancora da Constellation, sembra che Vajagic voglia tornare a immergersi in quell’humus musicale in cui si formata al fianco di gruppi come Godspeed You Black Emperor e Silver Mt. Zion. Ecco allora due lunghe tracce iper dilatate, cesellate su sottili strati di rumori e ghirigori di archi, con la chitarra acustica a cercare di tracciare un’esile cartilagine armonica.

Entrambe incise nel corso delle session di Stand With The Stillness Of This Day, con musicisti quali Sam Shalabi (chitarra), Michel Langevin (batteria) e Fluffy Erskine (strumenti a fiato) e con uno spiccato gusto per l’improvvisazione, “Nostalgia” (oltre 17 minuti) e “Pain” (12’42”) ammantano in una coltre di lievi dissonanze e rumorismi i raggelanti lamenti della ragazza che ama passeggiare nei cimiteri. Tessiture prevalentemente soffici e spettrali, ma pronte a farsi tempesta al mutare dell’umore e del canto. La giovane vocalist croata canadese, infatti, predilige improvvise escursioni di registro, spaziando da un tremulo falsetto a impressionanti “glissando” gutturali. Metamorfosi fata/orco che riportano alla mente gli psicodrammi infantili di Shannon Wright e Kate Bush o perfino le “litanie sataniche” di Diamanda Galas.

E sono indubbiamente le interpretazioni di Elizabeth l’aspetto pi significativo di brani che finiscono talvolta con l’aggrovigliarsi in virtuosismi un po’ fine a se stessi (la coda di rumori assortiti e improvvisazioni di “Nostalgia”, che fa molto “indie” ma alla lunga stufa un po’, o la galoppata chitarristica di “Pain”, scandita da un drumming a nervi tesi). Finisce cos che il terzo episodio quella “Beneath Quiet Mornings” che Elizabeth ci ha raccontato di aver inciso con un registratore 4 piste a casa, al mattino, seduta per terra in pigiama si riveli forse, nella sua semplicit il pi efficace della triade: una chitarra arpeggiata, linee vocali suggestive e una melodia sfuggente incorniciano un grazioso bozzetto intimista.

Nostalgia Pain va preso per quello che un nuovo, piccolo saggio delle grandi capacit vocali e interpretative della Vajagic e dell’abilit di strumentisti improvvisatori della sua cricca di post rocker. Per una vera conferma di quel gioiello che stato l’album d’esordio, per bisogner attendere la prossima prova sulla lunga distanza.
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