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ROMA I l Ragno ?entrato nella Cappella Sistina la notte del 19 novembre. Il giorno successivo ?rimasto acquattato e invisibile dietro un paravento in fondo alla navata, nell’angolo accanto al portone della Sala Regia, aspettando l’uscita dell’ultimo visitatore. ?di nuovo buio quando emerge dal suo nascondiglio scivolando silenzioso sui cingoli fino al centro della grande aula deserta. Stende le quattro zampe ancorandole con le ventose al pavimento, raccoglie con il lungo braccio un paio di restauratori armati di piumini, aspiratori e pennellesse e li solleva su fino a quindici metri di altezza davanti alle lunette con le Sibille e i Profeti dipinti da Michelangelo.

IL RITO DELLA SPOLVERATURA Inizia cos?il rito della spolveratura della Cappella Sistina, duemilacinquecento metri quadrati di superfici dipinte. Rito che si ?ripetuto per ventuno notti, fino all’alba del 14 dicembre, e che il Corriere della Sera ha potuto per la prima volta documentare, grazie alla cortesia del direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e dell’amministratore monsignor Paolo Nicolini, all’assistenza di Vittoria Cimino capo dell’Ufficio del Conservatore e di Rosanna Di Pinto responsabile dell’Ufficio Immagini.

Restauro notturno dalle 20 a mezzanotte

MOLLICA DI PANE La spolveratura della Sistina ?una pratica antica. La istitu?papa Paolo III Farnese, creando con il otu proprio?del 26 ottobre 1543 il ruolo del undator? Erano trascorsi due anni esatti da quando Michelangelo aveva dato le ultime pennellate al Giudizio Universale e fu un suo collaboratore, Francesco Amadori detto l’Urbino, a ricevere dal papa il primo incarico di pulitore. Si nettava ogni figura con un panno di lino e con mollica di pane leggermente inumidita, come testimonia un certo Simone Laghi, doratore, che fu incaricato di riportare gli affreschi alla ristina bellezza?nel gennaio del 1625.

COTENNA Nel 1897 ?Luigi Lais a intraprendere una spolveratura completa della Sistina, sotto la direzione del pittore Francesco Podesti che gli raccomanda di far so in generale della piuma nelle pitture, e della morbida lana in particolare ove non si pu?fare a meno, senza timore di ledere menomamente lo strato colorato il quale essendo ricoperto di sottile e trasparente cotenna ?divenuto solido come smalto? Cotenna formata dagli strati di olio di lino e olio di noci stesi ripetutamente tra ‘700 e ‘800 sui dipinti per ravvivarne i colori offuscati dalla sporcizia e dal fumo dei ceri. Gianluigi Colalucci, che ha guidato gli ultimi restauri, al suo primo ingresso in Sistina negli anni ’60 si era offerto volontario per eseguire la spolveratura he per antica abitudine veniva fatta una volta all’anno? Finiti i restauri, la pratica era stata rallentata, nella convinzione che la pulitura a fondo fosse servita a preservare gli affreschi senza bisogno di ulteriori interventi.

NUOVE TECNOLOGIE Fu Antonio Paolucci, nominato direttore dei Musei Vaticani nel dicembre 2007, a reintrodurre un piano di manutenzione periodica. Ispirandosi all’antica figura del undator?cre?l’Ufficio del Conservatore, con il compito di studiare tutte le possibilit?offerte dalla moderna tecnologia per prevenire o tenere sotto controllo i rischi di degrado delle pitture. Guidato da Vittoria Cimino una laurea in Farmacia e un’altra in Tecnologia della conservazione, oltre al diploma dell’Istituto centrale del restauro l’Ufficio ?impegnato a monitorare minuto per minuto i valori di temperatura, umidit? anidride carbonica, velocit?e direzione dell’aria in ogni angolo dei Musei, compresa naturalmente la Sistina.

LANICCIA i siamo accorti che le pareti della Cappella erano ricoperte da uno spesso strato di laniccia quando abbiamo riappeso gli arazzi di Raffaello, per capire in quale sequenza erano sistemati qui in origine? racconta Cimino. ra l’estate del 2010. Organizzammo subito la spolveratura. Fu la prima volta che il Ragno entr?nella Sistina. Con il braccio snodabile ?facile raggiungere i punti pi?alti sotto la volta e l’intera parete del Giudizio Universale, dietro l’altare. Una volta la spolveratura si faceva montando i ponteggi fino a venti metri. Oggi li utilizziamo solo per pulire il ciclo di pitture dei Quattrocentisti, che arrivano a circa dieci metri di altezza?

STAGISTI AL LAVORO Alla spolveratura partecipano una decina di restauratori dei Musei Vaticani, aiutati da stagisti comprese quest’anno due ragazze svedesi e affiancati da una squadra di attrezzisti. I pi?giovani confessano di non riuscire a fissare la parete con il Giudizio che per pochi minuti, altrimenti tracollano per l’emozione. Si concentrano, come i chirurghi in sala operatoria, su pochi centimetri quadrati di pittura, cercando di dimenticare la grandiosit?delle figure che galleggiano nella profondit?dello spazio creato da Michelangelo con il blu di lapislazzuli.

DI NOTTE Lavorano dalle otto di sera a mezzanotte. Oltre a pulire le pareti, raccolgono campioni di polvere che saranno poi analizzati dai laboratori scientifici; riproducono su schede prestampate i segni grafici delle pitture; esaminano con la lampada di Wood la consistenza del colore; saggiano l’aderenza degli affreschi poggiando il palmo della mano sinistra sulle figure e battendole dolcemente con le nocche della mano destra. A met?serata, panino con salsiccia e cicoria ripassata consumato nella stanzetta dei custodi e accompagnato da acqua minerale. Qualcuno sogna una birretta, ma in Sistina sono vietati gli alcolici. Si favoleggia tuttavia di un rinfresco, che sarebbe stato allestito sui ponteggi al tempo dei restauri guidati da Colalucci, per festeggiare la pulitura della mano di Nostro Signore che toccando quella di Adamo infonde all’umanit?il soffio della vita.

LUCI SPENTE Allo scoccare della mezzanotte, ripongono tute e attrezzi e si avviano verso l’uscita. I passi risuonano lungo le gallerie dei Musei Vaticani immerse nel silenzio. Dietro di loro i custodi spengono le luci e chiudono le porte; giunti all’Atrio dei Quattro Cancelli consegnano le chiavi ai Clavigeri, che le conservano in trentacinque cassette divise per reparti: tremila chiavi in totale, tra originali e copie. Tra poche ore, alle sei di mattina, saranno le donne delle pulizie a entrare per prime, rifacendo il cammino all’inverso.

La firma di Desprez TRE ADDETTI In Sistina lavorano in tre: due donne e un uomo, dipendenti di una ditta che ha preso in appaltato i servizi. Lavano i gradini dell’altare con straccio e spazzolone e i pavimenti a tarsie policrome con un lavasciuga elettrico. Il venerd?puliscono anche le griglie di ottone sul pavimento e la cantoria, passando dolcemente un piumino color porpora sulle pareti che in origine erano affrescate e oggi sono fittamente istoriate con i graffiti incisi nel corso di una mezza dozzina di secoli dai cantori desiderosi di immortalare la propria memoria lasciando nomi, date,
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perfino un pentagramma.

DESPREZ Tra le firme si riconosce quella di Josquin Desprez, uno dei pi?grandi compositori della scuola franco fiamminga e recentemente identificato da alcuni studiosi nel itratto di musico?di Leonardo. Prest?servizio nella Cappella Sistina tra il 1489 e il 1495 ed ?rimasto celebre per la citazione di Martin Lutero: li altri maestri devono fare come vogliono le note, ma Josquin ?il padrone delle note, che hanno dovuto fare come vuole lui?

LE FINESTRE La manutenzione delle grandi finestre centinate, chiuse da quando nel 1993 la Sistina ?stata climatizzata, ?invece riservata ai manutentori interni dei Musei, che vi accedono salendo le strettissime scale inserite nelle contropareti laterali della Cappella. I gradini terminano all’aria aperta, sul camminamento di ronda, al culmine dei robusti contrafforti ordinati nel 1566 da Pio V quando ci si accorse che la Sistina, a causa dell’instabilit?del terreno, stava per spaccarsi in due. Le finestre si aprono dall’esterno, si scavalca il davanzale e ci si ritrova direttamente sul cornicione che corre sotto la volta, protetto da una leggera balaustra e largo appena una ventina di centimetri: sotto si spalanca l’abisso della navata. Il percorso era praticato fino all’Ottocento dai temerari viaggiatori del Grand Tour, desiderosi di vedere da vicino il capolavoro di Michelangelo. Anche se Goethe ricorda che hi soffre di capogiro non vi si azzarda?e Stendhal ammonisce di non andarci opo aver preso il caff? perch?non si penserebbe che alla paura di cadere?

STANZA DELLE LACRIME Ancor pi?riservate sono le pulizie della amera lachrimatoria? a cui si accede dalla porticina a sinistra dell’altare. Gli unici laici che vi possono entrare sono i Sistini, ovvero i custodi della Cappella, scelti tra i 280 custodi dei Musei Vaticani. Sono tre: Stefano Gnazi, Luca Scilimati, Antonio Cordeschi, e conoscono tutti i segreti. Tra di loro si chiamano istinari? alla romana. La stanza delle lacrime ?in realt?la sacrestia della Cappella, detta pi?correttamente Sacrario Apostolico, perch?custodisce i paramenti e gli arredi sacri usati dal papa nelle celebrazioni liturgiche. Qui, al termine del conclave, il pontefice appena eletto si ritira per pregare in solitudine e indossare la talare bianca con la quale si presenter?al pubblico dalla loggia delle benedizioni.

EMOZIONE E LACRIME ?la stanza dove molti papi si sono abbandonati al pianto, sopraffatti dall’emozione e dal fardello della responsabilit? Minuscola, con un basso soffitto a volta e una finestrella chiusa da grate che affaccia su un terrazzetto dove sopravvive un limone quasi calvo, si apre in fondo a un breve e claustrofobico corridoio. Fino agli anni Novanta era interamente tappezzata di damasco rosso sangue. Il colore doveva accentuare parecchio l’angoscia del cardinale che aveva appena pronunciato l’ccepto? Il damasco oggi resta soltanto nella copertura della dormeuse, unico mobile presente, mentre le pareti, restaurate una ventina di anni fa, si presentano intonacate in avorio con resti di affreschi che gli studiosi fanno risalire ai tempi di Alessandro VI Borgia, essendo riapparsa in mezzo ai motivi decorativi la figura di un toro, emblema del papa spagnolo. Nelle due stanzette che seguono, infilate una dentro l’altra, ci sono un piccolo altare in pietra e un minuscolo museo con il prezioso paliotto di madreperla realizzato nel Settecento per le cerimonie battesimali, due manti preconciliari che venivano indossati sulla sedia gestatoria, la vetrinetta con i cilindri di fumogeni bianchi e neri da usare per le fumate del conclave.

I SISTINI Qui sono i Sistini a compiere, tutte le mattine, le pulizie ordinarie. Raccontano che vi hanno anche dormito, su materassini gonfiabili stesi per terra, con il permesso degli Agostiniani, che fin dal Quattrocento custodiscono il Sacrario. accaduto in due occasioni: la notte precedente i funerali di Giovanni Paolo II e quella precedente la sua beatificazione. Abitiamo tra Ladispoli e Bracciano e con il grande afflusso di fedeli che c’era a Roma in quei giorni avevamo paura di restare bloccati nel traffico e di non arrivare in tempo per i preparativi delle cerimonie?

OGGETTI SMARRITI Sono i Sistini a raccogliere, a fine giornata, gli oggetti smarriti in Cappella dai visitatori, che vengono registrati e consegnati al guardaroba dei Musei. Chi entra in Sistina, forse stordito dalle visioni di Michelangelo, dimentica di tutto: occhiali e macchine fotografiche, borse e sciarpe, documenti e cappelli, perfino grucce, carrozzelle per disabili, passeggini dei bimbi. L’ultima domenica del mese, giorno straordinario di apertura fino a mezzogiorno, il pavimento restituisce un buon numero di portafogli, svuotati dei contanti.

BORSEGGIATORI L’entrata gratuita e il pubblico particolarmente numeroso attirano giovani borseggiatori che tra la folla hanno vita facile. Ogni tanto sono individuati dai gendarmi e bloccati all’ingresso se la domenica del mese successivo provano a tentare di nuovo il colpo. Dicono i Sistini che non hanno mai trovato animali, neppure i piccioni, che vengono invece sorpresi a svolazzare tra le gallerie dei Musei quando qualche finestra rimane aperta.
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