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“Andrea Pazienza: era convinto che per essere una rock star non fosse necessarissimo cantare, suonare, stramenarsi in un gruppo super sonico, scalare le classifiche. Hitpareidarsi, stare nei top twenty. Siccome non ne era capace decise che sarebbe bastato saper disegnare. E ci riusc

Una serie di “biografie della memoria”. Compagni in anni lontani, molti persi, molti smarritisi, alcuni perennemente, dolorosamente coerenti. Purezza ideologica e confusione di vita, la giovent che tutto assolutizza e tutto soffre intensamente, sentimenti ed emozioni di una generazione che ha attraversato gli anni gloriosi del Sessantotto e quelli successivi pi cupi e disperati, che poi ha subito, inesorabilmente gli anni Ottanta, la compravendita delle coscienze, delle anime. Vecchi indiani metropolitani che ritroviamo nelle pagine di Echaurren, dipinti dalle sue parole, dai suoi giochi linguistici espressivi ed evocativi. Da Sofri, un dio per i compagni, a chi oggi “tenuto in ostaggio dal nemico” come Liguori, a chi sparito, distrutto da se stesso, come Pazienza o a chi entrato nell’ombra dell’anonimato come molti compagni di allora: tutti si muovevano in un mondo complesso, ma che sembrava passibile di trasformazione.

una Roma particolare quella che fa da sfondo al libro: case occupate, centri di aggregazione, caff e ritrovi a buon mercato in cui si affollavano i rivoluzionari, irridenti delle convenzioni sociali, a discutere, parlare, leggere e progettare.

Una delle pi belle sensazioni che emergono da questo libro l’affetto che ancora fa sentire vicini, simili, un po’ fratelli, oltre che compagni, i vecchi ragazzi sconfitti. trasmette questi sentimenti, creando con il lettore una particolare complicit anche con quel lettore che, per et o cultura, non mai stato vicino a questa speciale “tipologia umana”. Resta in conclusione l’idea di una sostanziale onest di comportamenti, di una voglia di allegria che neppure la realt circostante, spesso cos poco serena, riusciva a demolire. Ed possibile avvertire anche il passaggio dal clima liberatorio del Sessantotto a quello pi difficile e disperato del Settantasette: la stessa voglia di unire privato e politico, di spezzare catene, di rompere schemi, di creare legami diversi che spesso hanno come elemento unificante una comune scelta di campo.

Compagni di Pablo Echaurren

Pag. 134, Lire 18.000 Edizioni Bollati Boringhieri (Variantine)C’era una volta, cio non c’ pi una volta, cio non ci sono pi Spazzativia? O, se ancora ci sono, probabilmente sono un’altra cosa, una cosa differente, trasformata, in certi casi irriconoscibile, stravolta, persino avariata, scaduta, da consumarsi preferibilmente entro la data sulla confezione che dice che sono passati pi di vent’anni per certi addirittura trenta e c’ il rischio di muffe, di intossicazioni, di gravi complicazioni.

Metamorfosi di un medesimo sbozzolamento: compagni, ex compagni, compagni di strada, compagni di merende, compagni de che? Compagni un cazzo!

Abbiamo imparato che nella misura in cui, a monte o a valle, la vita va avanti, alcuni restano indietro, altri scantonano, altri ancora fanno gli gnorri e si voltano dall’altra parte, qualcuno puro tiene duro, e non c’ Wells o Zemeckis della madonna che possa portarci indietro, solo la memoria che per si sa, tende a ingigantire, interpretare col senno del poi, colla nostalghia d’un tempo che fu, che ogni cosa imbelletta, infiocchetta, che capace di far tornare in tutto il loro compianto splendore perfino le mezze stagioni che proprio non ci sono pi da almeno un paio di secoli buoni, visto che lo ripeteva puranco il vecchio zio al giovane bardopardo Giacomo non proprio in vena di ottimismo meteorologico.

1998, Bollati Boringhieri editoriPablo Echaurren, pittore, vive a Roma.

“Quando Claudia mi diede il primo bacio pensai che finalmente sarei stato felice sempre, per tutta la settimana; e invece cominciai a essere infelice sempre,
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per tutta la settimana.”

Un bel titolo, una bella grafica di copertina (come in questo caso) fanno gi almeno in parte, la fortuna di un romanzo, specie se l’autore, pur non esordiente, comunque all’inizio della strada, avendo pubblicato, come nel caso di Piccolo, pochi titoli, tra cui, comunque, un libro di successo: Storie di primogeniti e figli unici, vincitore del Premio Berto e del Premio Chiara nel 1997. Ma se, in quello, la forma narrativa del racconto faceva scivolare la lettura allegramente, con leggerezza, qui la narrazione si fa pi “densa” trasformandosi in romanzo. Un romanzo sdoppiato su due piani alternati, uno di ricordi adolescenziali in cui vari personaggi intrecciano i propri anni della giovinezza con quelli dell’autore, l’altro di memorie sportive legate alla pallacanestro, in cui invece il protagonista si lascia andare a una sorta di monologo interiore, chiuso. La storia ambientata nel difficile momento legato alla contestazione della fine degli anni Settanta, cui per il protagonista partecipa come “ultima frangia” per la giovane et Molto belle (come i ricordi gradevoli possono essere) le pagine che raccontano i primi tentativi di approccio sessual sentimentale con una ragazzina grassottella e determinata a stabilire limiti (variabili nel tempo) del cercare e toccare sul suo corpo. A questi iniziali “turbamenti” si sommano le prime esperienze politiche, i collettivi degli studenti pi grandi, le manifestazioni, la polizia e un compagno da mitizzare, Dario Contini. Il tutto inframmezzato da piccoli ricordi, sprazzi di memoria personale sull’adolescenza, che sono in realt memoria collettiva, esperienze comuni, i primi approcci reali di “interconnessione” con il mondo esterno, con gli altri, le prime delusioni, i tradimenti (allora ci sembravano molto grandi), gli affetti familiari (l’importanza di un nonno), le tensioni travolgenti, intense, profonde delle partite di basket (uno sport come valvola di sfogo, come altra forma di rapporto). Ma quel bel titolo, in fondo, non sar un modo per “tirarsene fuori”?

E se c’ero, dormivo di Francesco Piccolo

169 pag., Lit. 22.000 Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)Una volta Dario Contini, leader del Collettivo studentesco, aveva attraversato la citt sul mio motorino.

Ci pensavo circa due anni pi tardi, un giorno che andai a giocare la partita contro la prima in classifica, invece di correre all’ospedale come avrei dovuto e per questo Claudia mi aveva lasciato, anche se non sapevo se stavamo davvero insieme; ci pensavo quel giorno, quando mi dissero di Dario, e pensavo che l’unico legame con lui era stato quello. E a quello avrei pensato molti anni dopo quando avrei deciso di scrivere un romanzo su Dario, e mi sarebbe tornato in mente prima quel giorno dell’ospedale, della partita e di Claudia, e poi che quel giorno avevo pensato a quell’altro giorno, quando ero stato cos stupidamente orgoglioso che Dario Contini avesse percorso le strade della citt di fretta, sul mio motorino, sia pure senza guidarlo.

Ma di tutto quel tempo ora la memoria ha schiacciato uno sopra l’altro gli anni e i ricordi e tutte le parole che usavamo; c’ soltanto una cosa che i miei occhi sanno mettere a fuoco: le mani che si allungano verso terra, all’uscita dagli spogliatoi, per prendere uno dei palloni arancioni, il pi lucido. Mi sembra di sentirlo ancora, mentre lo tasto e lo rigiro tra le mani. E poi sento la scarpa che pi morbida affonda quasi nel parquet, mettendo con l’ultimo passo il piede entro la linea del campo, sperando, per tutto il tempo che star qui, di riuscire a non pensare ad altro.

Era un boxer di colore blu, praticamente nuovo, e fino ad allora non l’avevo mai prestato a nessuno eppure non erano pochi quelli che mi avevano chiesto di farci un giro; ma rispondevo ogni volta che non potevo perch era ancora in rodaggio, e quando in rodaggio non si pu in alcun modo prestare perch se poi uno accelera troppo, il motore si pu ingolfare e restare ingolfato per sempre.

“Voi, certamente, vorrete che io risponda a una domanda prima di andare troppo avanti: che tipo di americano sono io? La risposta quel tipo di americano.”

Sin dalle prime righe questo romanzo di Taylor mi ha ricordato alcune pagine di quel capolavoro di descrizione d’ambiente che I Bostoniani di Henry James. Non tanto, certo, nella trama, assolutamente differente, e per l’ambientazione (qui molta parte della storia si svolge in Inghilterra), ma nel modo di affrontare la societ americana snob e spietata, settaria e conformista, costantemente alla ricerca delle proprie radici europee, in particolare inglesi, ma ormai incapace di adattarvisi.
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