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sommario: La storia. Le origini. L’et dei pionieri. L’epoca d’oro della conquista. Dopo la Prima guerra mondiale. Il tecnicismo e la mitizzazione dell’alpinista. . . Le seven summits. La corsa ai 14 ‘ottomila’. . . Valutazione delle difficolt Le montagne. Bibliografia.

La storia

Come pratica sportiva l’ nacque lo indica il nome sulla catena alpina nel 18 secolo, anche se come attivit spontanea l’arrampicata esisteva da secoli, se non da millenni. Fin dalle epoche pi remote l’atteggiamento dell’uomo nei confronti delle montagne stato di paura e di adorazione nello stesso tempo; il terrore veniva sublimato attraverso il mito che compensava l’impossibilit di dare ai fenomeni naturali una spiegazione razionale. Le montagne sono state dunque spesso considerate come inaccessibili dimore degli dei e rese protagoniste di leggende paurose, per quanto non tutte le civilt hanno avuto lo stesso comportamento: gli incas, per es., salirono alcune vette andine, di certo il Llullaillaco di 6732 m, un’altezza che gli alpinisti avrebbero superato solamente nel 1855. Dalle montagne qualcuno non tornava, qualcun altro forse colorava abilmente di grande spavento la sua avventura per allontanare possibili imitatori da piccoli tesori scoperti lass animali soprattutto, visto che la prima attivit umana stata la caccia, o anche minerali, da cercare pazientemente fin dove si poteva arrivare. Mancava soltanto lo scopo dell’, che quello di raggiungere la vetta, ma certamente, senza che ne sia rimasta traccia nella storia, molte cime sono state toccate o quanto meno sfiorate, quando ormai il pi della salita era fatto, perch di maggior interesse pratico era raggiungere i colli che, unendo due versanti, aprivano nuove prospettive sia di traffici o di transumanze per la pastorizia, sia di conquiste di nuove terre. Di scalate a fini bellici vi traccia in varie fonti. Filippo il Macedone sal il Monte Hemus (2900 m) per usarlo come osservatorio strategico. Tecniche e materiali utilizzati negli assalti a fortificazioni assediate saranno ripresi nelle prime vere avventure alpinistiche.

Ma nel corso del tempo le motivazioni per affrontare una montagna sono state quanto mai varie. Per quel che riguarda il puro piacere, il primo e pi famoso caso fu l’ascesa al Mont Ventoux (27 aprile 1336) di Francesco Petrarca, rappresentante di un totale rinnovamento della cultura, del pensiero e dell’arte in ottemperanza a un nuovo desiderio di sapere. La salita del Rocciamelone (3557 m) da parte di Bonifacio Rotario d’Asti, il 1 settembre 1358, aveva invece uno scopo religioso: egli intendeva espiare i suoi peccati portando in vetta un trittico della Vergine. Una scalata con finalit che potremmo definire politiche si ebbe nel 1492: per soddisfare il capriccio di un re, Carlo VIII, che nel massiccio del Vercors, nella sua Francia, aveva ammirato le pareti tutte verticali del Mont Aiguille e aveva espresso il desiderio che fosse ‘espugnato’, Antoine de Ville affront l’impresa, in numerosa compagnia, di certo utilizzando tutti gli aiuti possibili (scale di legno, corde, forse arpioni simili a quelli impiegati negli assedi), considerato che la via pi facile a disposizione oggi di III IV grado.

In ogni modo le motivazioni pi forti per le attivit dell’uomo sono sempre state quelle legate alla sopravvivenza e dunque al lavoro. In questo ambito nella preistoria dell’ si pongono i cercatori di cristalli. Una montagna che ne ricca il Monte Bianco ed l che nella seconda met del 1700 cominci la storia vera e propria dell’, quando ormai era maturato lo slancio illuministico, in un’atmosfera di rinnovamento sociale e culturale. L’uomo andava alla conquista di tutti i territori ancora sconosciuti e quindi anche delle montagne. Inizialmente furono affrontate quelle pi imponenti e le vette pi alte, ignorando o sottovalutandone i pericoli specifici, di cui soltanto con il tempo si acquist piena coscienza. Ma, conclusa la fase della conquista, proprio la ricerca del pericolo e addirittura di una sua estetica divenne lo scopo di questa pratica sportiva.

L’et dei pionieri

L’interesse scientifico per le Alpi fu subito rivolto verso la vetta pi alta d’Europa. L’ nascente aveva come traguardo il conoscere, pi che la cima in s o il primato personale. Lo dimostra lo svizzero Horace B de Saussure, professore universitario di filosofia e scienze naturali, che nel 1760 mise in palio “una considerevole cifra per chi riesca a trovare una via d’accesso al Monte Bianco”. Non si sognava di andare a cercarla egli stesso: attese che venisse scoperta (1786) per seguirla e raggiungere il punto pi alto delle Alpi, dove intendeva svolgere gli esperimenti e le misurazioni programmati, come fece nel 1787. In vetta al Bianco arrivarono un medico, Michel Gabriel Paccard, e un cercatore di cristalli, Jacques Balmat: un borghese che si muoveva per passione e un montanaro locale, che funse da guida perch questo mestiere improvvisato gli offriva un guadagno inatteso. Nacque cos fin dall’inizio il rapporto alpinista guida locale che caratterizz i primi cento e pi anni di scalate sulle Alpi ed proseguito fino ai giorni nostri nell’Himalaya. Nel 1953, sull’, con il neozelandese Edmund Hillary sal lo sherpa indiano Tenzing Norgay. L’accostamento tra le due realt tutt’altro che ardito: come il turismo degli scalatori inglesi cambi il modo di vivere nelle vallate ai piedi del Monte Bianco, cos le grandi spedizioni britanniche, tedesche, francesi, italiane hanno sconvolto le abitudini e l’economia delle popolazioni che vivono dal Pakistan all’India.

Possiamo immaginare in qualche modo le difficolt che Balmat e Paccard dovettero superare? Di certo il valligiano, cacciatore avvezzo alle fatiche e alla pratica dei luoghi montani, abituato a spingersi fino alla base dei ghiacciai, aveva terrore di quel mondo lucente ma anche sconosciuto; lo scienziato cittadino, invece, forte del suo sapere illuministico, non aveva inibizioni ed era frenato soltanto dalle difficolt tecniche. Cos assistiamo a un’alleanza storicamente positiva e nuova tra fermento innovatore e tradizione. La guida assume fin da quel momento un ruolo di secondo piano, al servizio del cliente; a lei spetta il merito fisico di conquistare la meta, ma il cliente che ha il riconoscimento di avere ideato l’impresa.

Si parlato di turismo inglese: i primi esploratori scalatori delle Alpi furono infatti britannici: Douglas Freshfield, il reverendo William Augustus Brevoort Coolidge, Edward Whymper, Francis Fox Tuckett, John Tyndall, Horace Walker. In quegli anni la Gran Bretagna era il paese economicamente pi evoluto e politicamente pi potente. La ricchezza era un elemento indispensabile per il primo : occorrevano soldi e soprattutto tanto tempo libero per poter scalare nelle Alpi. Alla fine del Settecento i viaggi erano ancora molto lenti, ma le cose erano destinate rapidamente a cambiare: le ferrovie schiusero nuove possibilit come pure le nuove e ardite strade di montagna. Proprio grazie alla strada delle Dolomiti l’ occidentale si avvicin anche alle Alpi orientali, frequentate, fin dalla met dell’Ottocento, quasi esclusivamente dagli appassionati di Italia, Austria e Germania, paesi in cui la pratica dell’ si diffuse pi liberamente che in Gran Bretagna. Qui nel 1857 era nato il primo Club alpino, estremamente esclusivo e selettivo. Fu seguito nel 1862 da quello austriaco e, l’anno seguente, dallo svizzero e dall’italiano (su spinta di Quintino Sella, ministro delle Finanze del Regno e scalatore del Monviso).

L’ divenuto attivit accessibile a tutti solamente dopo la Seconda guerra mondiale; all’inizio era un divertimento solo per pochi e ricchi turisti, mentre rappresentava un lavoro, faticoso e rischioso, per valligiani in cerca di una vita meno disagiata. In questo periodo si misero tuttavia in luce alcune grandi guide: prima Jacques Balmat, Michel Croz e Jean Antoine Carrel, successivamente Michel Innerkofler e Alexander Burgener. Senza la loro opera n il Monte Bianco, n il , n la Cima Grande di Lavaredo sarebbero stati conquistati. Fu necessaria per una spinta creativa da parte di uomini culturalmente preparati e di condizione agiata come Felice Giordano, John Ball, Paul Grohmann, Quintino Sella, i gi citati Whymper, Walker, Coolidge, che funsero da propulsori alla conquista delle maggiori vette delle Alpi.

Il primo sintomo di cambiamento di questo stato di cose fu la ribellione di Carrel al dominio creativo di Whymper durante la conquista del . Il 14 luglio 1865 Whymper raggiunse comunque la cima, dal versante svizzero; Carrel vi riusc solo tre giorni dopo, dal versante italiano, sul quale si era a lungo cimentato con il signore inglese prima di decidere di dividersi da lui, costringendolo a improvvisare una nuova soluzione, vittoriosa ma destinata a concludersi nella prima grande e famosa tragedia della storia dell’.

L’epoca d’oro della conquista

Fra la salita del Monte Bianco (1786) e quella del (1865) e, poco dopo, delle (1868), si pone la conquista di tutte le vette pi alte delle Alpi, ma bisogna distinguere due fasi. Per un lungo periodo la meta prediletta rest la montagna pi alta, anche se era gi partito il tentativo di arrivare in cima al Monte Rosa (impresa conclusa soltanto nel 1855). Paradossalmente, il Bianco era anche la vetta pi facile da raggiungere, perch le guide, che si erano consorziate per trarre giovamento da quella costosa passione alla moda, ormai lo conoscevano bene. Esse portavano i clienti in vetta proprio come oggi fanno le spedizioni commerciali e gli sherpa sull’ (basta avere i soldi necessari). vero che qualcuno si spingeva gi anche su altre catene (Ramond de Carbonni nel 1787 sal il Mont Perdu, ritenendolo il pi alto dei Pirenei), ma l’era della conquista, racchiusa in poco pi di un decennio intorno alla met dell’Ottocento, riguard essenzialmente i ‘quattromila’ delle Alpi occidentali. Ai primi appassionati le Dolomiti, montagne spesso isolate, apparivano ‘piccole’ rispetto al massiccio del Bianco. Inoltre, per tutto il periodo estivo sono spoglie di neve, mentre in quegli inizi la salita era effettuata soprattutto su neve e ghiaccio (il gran lavoro era ‘gradinare’, cio ricavare i gradini per avanzare, usando asce o le prime piccozze). Le Dolomiti richiedono un impegno e uno stile di salita completamente diversi, il che porter allo sviluppo parallelo di una scuola differente.

Prima si comp la salita delle montagne pi alte, poi di tutte quelle ancora vergini, anche le minori (come le Aiguilles de Chamonix); in seguito, esaurite queste (sulle Alpi occidentali con la Meije, nel 1877, fra le vette principali, con l’Aiguille Blanche de Peuterey, nel 1885, fra le cime secondarie; sulle Alpi orientali con il Campanile Basso, nel , soltanto nel 1899), si punt su nuove montagne vergini in altre catene e in altri continenti,
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oppure si cercarono nuove vie di salita lungo speroni e creste. Significativamente, lo stesso giorno della prima scalata del , quattro inglesi, Adolphus W. Moore, Francis e Horace Walker e George S. Mathews, con guide i fratelli Jakob e Melchior Anderegg, raggiunsero la vetta del Monte Bianco per una nuova via, sul versante della Brenva: lo Sperone Moore.

La ricerca di nuove vie si svolgeva ancora nell’ambito di quelle pi facili sui vari versanti. Solo successivamente si pass a una ricerca pi raffinata, con maggiore attenzione all’eleganza della via, e si arriv fino alle pareti pi difficili. Questa era si chiuse, per quanto riguarda le Alpi, nell’intervallo fra le due guerre mondiali con le tre grandi vie Nord: (1931), ed (1938). Intanto erano cominciate le ascensioni solitarie, quelle invernali (o entrambe le cose insieme) e quelle sempre pi dirette; in seguito si cercarono maggiore velocit e i concatenamenti. Lo stesso percorso sarebbe stato poi ripetuto sulle catene pi lontane e sulle montagne pi alte. Ogni volta tutti i problemi del momento avrebbero trovato soluzione. Gi nel 1875 Leslie Stephen si lamentava che restavano poche imprese da compiere, ma l’ sopravvissuto a questa constatazione, perch c’ sempre stato qualcuno capace di individuare nuovi sviluppi. La ricerca esasperata della direttissima a un certo punto ha spinto al parossismo la progressione in artificiale, che rendeva tutto possibile. Poi si fatta marcia indietro con un ritorno alle origini, alla salita pulita; infine venuta l’iperspecializzazione.

Alla fine del 19 secolo, l’impostazione romantica prevalente esalt nella scalata delle montagne l’aspetto dell’individualismo, dell’eroismo e del mito, intendendola come possibilit dell’uomo di elevarsi sopra la sua normale condizione. Conclusa la fase della conquista, lo scopo non appariva pi solo raggiungere la vetta, ma realizzare l’impresa per una via nuova e pi difficile. Paul Grohmann, grande scalatore e valorizzatore delle Dolomiti, fu la figura pi illustre di questo passaggio alla nuova concezione dell’, nella quale si evidenziava un maggiore desiderio di lotta e di vittoria su s stessi, piuttosto che sulle naturali difese della montagna. Si svilupparono cos tre correnti: senza guide, eroico e sportivo, distinzione peraltro soltanto esemplificativa, in quanto se le tre correnti furono talvolta indipendenti, molto spesso si fusero armonicamente.

L’affermazione e la diffusione dell’ romantico furono graduali. Il distacco dalla guida (la prima salita del Bianco senza guide del 1855, a opera dei britannici C. e Y. Granville Smith, Edward S. Kennedy, Charles Hudson e Charles Ainsle) e quindi dalla tradizione fu la manifestazione pi evidente del passaggio all’individualit Questa corrente non sorgeva da un contrasto con le guide, con le quali, al contrario, sussisteva una buona convivenza, tant’ che in quel periodo furono realizzate notevoli imprese con cordate composte da ‘senza guida’ e guide, in cui anche queste ultime assunsero un ruolo ideativo. l’epoca dei fratelli Gugliermina, di Luigi Vaccarone, di Cesare Tom in Italia, di Emil Zsigmondy (1700 ascensioni, 40 vette oltre i 4000 m, scal anche in e in Africa prima di morire sulla parete Sud della Meije) e di Ludwig Purtscheller tra gli stranieri.

La figura del bavarese Georg Winkler, una meteora sconvolgente (mor a 17 anni durante una salita al Weisshorn), incarna fedelmente l’ideale eroico, molto pi sentito nella cultura tedesca che non, per es., nel romanticismo inglese o italiano. Esasperazione dell’individualismo, sfida cosciente alla morte, desiderio di autosuperamento: tutto questo, nel 1887, spinse Winkler, da solo, sulla Torre del Vajolet che oggi porta il suo nome. Fu il precursore dell’ in solitario (che avr grandissimi interpreti in Preuss, Comici, Maestri, Bonatti, Messner, Casarotto, esen, Destivelle) e su difficolt fino al IV grado. Sulla Torre Winkler procedette lungo una fessura, incastrato dentro con una mano, un braccio, le spalle, in completa arrampicata libera: nettamente in anticipo sui tempi.

L’atteggiamento pi positivo della fase romantica quello di A. Frederick Mummery, innovatore dell’ inglese ed europeo. Anche se spinto da desiderio di avventura e di lotta e capace di imprese di altissimo livello, Mummery, dotato di notevole humour, sdrammatizz gli aspetti dell’eroismo spesso ‘forzati’ da altri personaggi; fra l’altro pubblic un libro dissacrante, in cui previde l’inevitabile declassamento delle sue pi dure scalate a “passeggiate per signore”. Con quasi un secolo di anticipo testimoni cos l’assurdit di una scala dei gradi di difficolt ‘statica’, ovvero chiusa in alto. La scala ideata negli anni Venti del 20 secolo da Willy Welzenbach andava infatti dal I al VI e soltanto dal 1978 fu ufficialmente riconosciuto il VII. Mummery aveva capito che quello che oggi impossibile diverr domani, se non facile, almeno realizzabile e dopodomani di impegno relativo. Anche il solo aspetto psicologico ha grande importanza: chi arriva dopo, usufruisce del bagaglio di esperienze gi acquisite dai suoi predecessori. In pi bisogna considerare l’importantissima evoluzione dei mezzi: sul Bianco, Balmat e Paccard andarono con un lungo bastone e una coperta per il bivacco; chi oserebbe oggi una sfida simile? Dalle loro primitive scarpe chiodate si passati agli scarponi o alle pedule con suola in feltro (utilizzate sulla roccia nelle Dolomiti) fino alle suole in gomma, ottime sia sulla neve sia sulla roccia (le famose Vibram, dalle iniziali di Vitale Bramani, che le brevett negli anni Trenta, in uso tuttora) e alle ‘ballerine’ da arrampicata libera. Per il ghiaccio nacquero i ramponi, prima per salita laterale (Eckenstein, verso il 1910), poi con le punte anteriori per salita frontale (Laurent Grivel negli anni Trenta), usati insieme alle piccozze moderne, leggere e versatili, ben pi pratiche dei primi Alpenstock. Molto importante stata anche l’evoluzione del vestiario, delle tende, del necessario per l’alimentazione (agli inizi, sul Bianco, per cucinare, si portava la legna da ardere, con largo uso di portatori), dei chiodi per la sicurezza, poi impiegati anche per la progressione, e delle corde in nylon che hanno sostituito quelle pesantissime in canapa, praticamente inutilizzabili con la pioggia e il ghiaccio.

Dopo vent’anni di sodalizio con la guida Burgener, Mummery pass a scalare senza guida, aprendo per una strada pi percorribile di quella esasperata di Winkler. All’inizio del 20 secolo si costituirono i principali club alpini accademici, cio i club degli alpinisti senza guida. Ma mentre l’ ‘cittadino’ cominciava a nascere, alcune guide realizzarono le grandi conquiste del IV e del V grado: tra gli italiani Antonio Dimai, Angelo Dibona, Tita Piaz, Enrico e Adolfo Rey.

Intanto si andava affermando anche l’ invernale che, dopo i precursori (Friedrich Simony sul Dachstein nel 1847, Franz Francisci sul Klein Glockner nel 1853), vide una donna realizzare la prima scalata invernale del Monte Bianco: Mary Isabel Straton nel 1876. L’accompagnarono il grande Jean Charlet (che divent poi suo marito), Sylvain Couttet e il portatore Michel Balmat.

Le due pi importanti figure dell’ invernale fino alla Prima guerra mondiale furono Hans D e Paul Preuss. Il primo continu l’ teso all’estremo iniziato da Mummery e pratic una notevole attivit nelle Dolomiti, introducendo tecniche sempre pi evolute: infatti soltanto dopo di lui si adoperarono correttamente corda, chiodi e moschettoni, la cui adozione fu decisiva per il progresso nella scala delle difficolt e consent anche la discesa in corda doppia, che, garantendo una via di fuga veloce, permette di rischiare di pi Preuss prosegu invece sulla linea di Winkler e port l’ al confine estremo dell’eroismo ascetico: fu il ‘cavaliere della montagna’ che, disprezzando ogni forma di sicurezza con la corda, inseguiva un ideale di perfezione utopica e di autosuperamento. Agli inizi del Novecento, quando si diffuse a partire da Davos l’uso delle pelli di foca per la salita, Preuss, con William Paulcke e Marcel Kurz, fu anche fra i primi a praticare lo sci . Nel 1913 non fece ritorno da una scalata solitaria nelle Alpi austriache; ma ormai aveva gi codificato l’ pi moderno, quello che chiede il massimo rispetto per la montagna, sulla scia di Mummery, che nel 1880, sul Dente del Gigante, aveva giudicato la grande lastra di granito che oggi chiamata la Plaque Burgener impossible by fair means (“impossibile con mezzi leali”), rinunciando a proseguire. Due anni dopo, i Sella, invece, passarono oltre grazie a una pertica, molti chiodi e addirittura facendo scavare appoggi nella roccia.

Dopo la Prima guerra mondiale

La Prima guerra mondiale chiuse simbolicamente un’epoca, ma le radici idealiste erano ben profonde e sopravvissero influenzando l’ del VI grado. I mutamenti politici ed economici avvenuti in Italia e in Germania dopo la guerra e il diffuso pannazionalismo favorirono un allargamento della pratica sportiva, e di conseguenza anche dell’, a tutti gli strati sociali. In questo periodo si annull la distinzione tra guide e dilettanti perch inizi il fenomeno dei ‘cittadini’ che intr
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