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Noi siamo quello che non mangiamo, modificando un po’ ciò che diceva il filosofo Ludwig Feuerbach.

Negli ultimi anni i regimi alimentari fai da te, non a scopo medico, che si distinguono per l’eliminazione di una classe di ingredienti è esplosa. Alla tradizionale dieta vegetariana in cui si evita di consumare carne e pesce, ma sono permessi alcuni alimenti di origine animale come uova e latte, si sono aggiunte molti altri “mangio senza”, molto spesso in contrapposizione le une con le altre. No lattosio, no carbs, paleo, gluten free, no ogm, no olio di palma, crudismo, no additivi, no cibi raffinati, vegan, no grani moderni e così via.

Chi segue molto strettamente i dettami di questa o quella prescrizione diventa spesso parte di un gruppo socialmente ben definito, che contribuisce all’identità di sé, rinforzando la giustezza della propria scelta. Ecco quindi che, appunto, siamo quello che non mangiamo.

Quando si creano gruppi di consumatori ben definiti è solo questione di tempo perché il marketing aggiusti il tiro per cercare di raggiungerli, giocando proprio sulla loro identità.

La tribù del “no raffinato” e “no cibi bianchi” non vuole la farina 00 e lo zucchero bianco? Non c’è problema: pronti per loro c’è la farina di farro, con la sua romantica immagine preindustriale, e lo zucchero mascobado o magari il miele.

Un croissant di farina di farro farcito di miele è “più sano” di uno fatto con il grano tenero e la marmellata? No di certo, l’importante però è la “salubrità percepita” ma soprattutto il riconoscere quell’alimento come adatto alla propria prescrizione gastronomica, che a volte sfocia in una vera e propria gastroreligione.

Oggi mentre facevo la spesa ho visto un prodotto che mi ha incuriosito. Del cioccolato fondente vegano.

Come sapete i vegani cercano di non consumare prodotti animali di alcun tipo. Quindi niente formaggi o uova, ovviamente, ma anche niente vino trattato con albumina, o liquori e aperitivi di colore rosso se il colorante è l’E120, derivato dalla cocciniglia, un insetto. Alcuni lo fanno per motivi etici, altri perché pensano che questo tipo di alimentazione sia “più salutare”, altri ancora perché “è di moda”. Fatto sta che da un po’ di tempo i cibi “veg” sono diventati comuni sugli scaffali dei supermercati. E con cibi “veg” non intendo ovviamente quelli che sono “naturalmente” privi di prodotti animali: gli spaghetti al pomodoro o aglio olio e peperoncino sono banalmente veg (certo non li dovete spolverare di parmigiano). Sto parlando di cibi che normalmente avrebbero degli ingredienti di origine animale, per esempio il burro o la carne, e che vengono sostituiti in qualche modo con prodotti vegetali. La soia testurizzata al posto della carne, la margarina (che però spesso non viene chiamata così perché il nome non ha più molto appeal) invece del burro e così via. Questi cibi ovviamente segnalano sulla convezione di essere adatti ai vegani. Ma veniamo al cioccolato.

Il cioccolato fondente, a differenza di quello al latte, è normalmente prodotto con zucchero,
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cacao, burro di cacao, opzionalmente po’ di lecitina di soia, e aromi. Punto. “naturalmente” e banalmente vegan. Come una mela. Tanto è vero che la mousse di cioccolato fondente e acqua che ho presentato molti anni fa è ormai diventata nota anche come “mousse di cioccolato vegana”. A nessuno verrebbe in mente di mettere l’etichetta “vegan” su una mela.

A quanto pare però non tutti sanno di cosa è composto il cioccolato fondente, che a differenza di quello al latte non contiene derivati animali, e quindi l’etichetta “vegan” può servire a far percepire quel prodotto come adatto alla propria tribù gastronomica. C’è qualche cosa di male in questo? Dopo tutto non dice il falso.

Però a me suona comunque falsa, come una mela con l’adesivo “vegan”, o una bevanda gassata “senza colesterolo”. E questo segnale di riconoscimento per la tribù viene fatto pagare: 100 g (la tavoletta è da 50 g, la metà delle solite) scontati costano 2,78 euro, pur avendo solo il 58% di cacao.

Il cacao è materia prima pregiata e solitamente più è alta la percentuale di cacao, e si riduce quella dello zucchero, e più costa, a parità di altri fattori. Lo vedete anche dal colore: il cioccolato sotto, senza etichetta vegana ma altrettanto completamente vegetale, è al 70% (con quindi il 30% di zucchero) ed è molto più scuro del cioccolato vegano al 58% di cacao.

L’informazione si paga, sostiene qualcuno. Dopo tutto non siamo nell’information age? Quindi forse si paga la sicurezza che sia veramente vegano. Ecco, questa tavoletta è il simbolo del “non contiene”: senza glutine, no olio di palma, vegan, “fatto in Italia” e persino bio.

Peccato che se giriamo la confezione e leggiamo gli ingredienti, troviamo in grassetto “può contenere tracce di latte” . Un avviso comune per segnalare la possibile contaminazione da allergeni quando nello stabilimento di produzione se ne fa uso per altri prodotti ma che mai come in questo caso sembra accompagnato da un ghigno beffardo.

Questo è invece un normale cioccolato al 75% di cacao, senza etichetta veg

Abituatevi a leggere gli ingredienti dei cibi che acquistate!

Chino 26 aprile 2016 alle 10:05

Se vuoi, ci sarebbe qualcosa da dire anche sul cacao biologico. In un documentario trasmesso il mese scorso qui in Francia facevano vedere la coltivazione e raccolta delle cabasse di cacao in Costa d’Avorio, da parte di contadini che vivono appena al di sopra del livello di sussistenza (ovviamene al di sotto non si vive). Gli ausili tecnologici più avanzati di cui disponevano erano sacchi di juta e machete.

Ovviamente per certificarlo “biologico” qualche ispettore deve essere andato a farsi un giro nella giungla a verificare che non usassero glifosato.

Stefano 26 aprile 2016 alle 10:40

Mi permetto di correggerti: il cioccolato fondente che normalmente trovi nei supermercati NON è banalmente vegan. La maggior parte di questi (anche quelli al 70% di cacao) hanno tra gli ingredienti il latte in polvere. Anche le marche più famose, quelle che conoscono tutti. E non sto parlando della dicitura “può contenere tracce di”, ma proprio di ingredienti.

Per esperienza, mi è capitato molte volte di cercare una barretta di fondente tra le tante sugli scaffali e di uscire dal negozio senza averla trovata senza “latte in polvere”.

Per cui la scritta “Vegan” su questi prodotti non è così inutile.

Salvatore Pope Velotti 26 aprile 2016 alle 10:56

Da vegano, non posso che condividere le perplessità dell’articolo. Il fatto è che una semplice scritta “vegan” apposta dal produttore non garantisce il rispetto di principi etici ma solo l’assenza di ingredienti di origine animale (senza, peraltro, neanche garantire l’assenza di contaminazioni) a differenza di marchi di certificatori terzi come quello di Vegan Society. Ci sarebbe molto da discutere anche sulle varie certificazioni e “disciplinari” esistenti in Italia.

Dario Bressanini 26 aprile 2016 alle 11:43

Andrea F, vabbè ma siamo alla pazzia! Da dove pensano che li estraggano? Dal maiale? Io rimango dell’idea che si sfruttino commercialmente in modo, forse legale ma sicuramente riprovevole, le scelte legittime delle persone.

Negli USA anni fa è stata messa in commercio una bevanda gassata con scritto “senza colesterolo”. L’azienda è stata condannata per pubblicità ingannevole. Anche se era banalmente vero voleva suggerire che le altre bevande, chissà, forse ce l’avevano.

Non si può approfittare commercialmente del fatto che le persone non possono essere esperte di tutto.
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