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Sommario: . 2. L’astronomia popolare. 3. Il ruolo e gli strumenti delle osservazioni astronomiche. .Si può cominciare a parlare di astronomia arabo islamica a partire dall’VIII sec., quando fiorirono i primi studi nelle zone orientali dell’Impero musulmano, dove coesistevano diverse e fiorenti tradizioni astronomiche, tutte o quasi derivanti dalla scienza ellenistica; infatti, la tradizione mesopotamica più antica sopravviveva soltanto nella misura in cui era stata inglobata in quella greca. L’astronomia tolemaica era stata trasmessa in Mesopotamia e in Iran all’inizio del periodo sasanide (III e IV sec.) e dal V al VII sec. si fuse con l’astronomia indiana, la quale a sua volta era una propaggine della scienza ellenistica. Dall’Iran dei Sasanidi giunsero in Siria nel VII sec. alcuni elementi dell’astronomia indiana; in Siria e in Egitto, d’altra parte, l’astronomia tolemaica continuava a essere oggetto di studio. Queste varie tradizioni contribuirono a dar vita a partire dall’VIII sec. a una scienza astronomica araba. Nell’Andalus e nel Maghreb, dunque, mancava del tutto una tradizione locale che fungesse da punto di riferimento e soltanto a partire dal secondo quarto del IX sec., quando furono portati in Spagna i testi della tradizione del sindhind (calco in arabo del sanscrito siddhnta, che designa certi testi astronomici in sanscrito, v. oltre), l’astronomia matematica diventò oggetto di studi nell’Occidente musulmano.Le prime testimonianze dell’interesse arabo per l’astronomia matematica sono rappresentate da un cospicuo numero di oroscopi basati su tavole astronomiche, i quali costituivano una tra le principali applicazioni dell’astronomia matematica. I primissimi oroscopi in arabo pervenuti fino a noi sono un gruppo di quindici riportati da Amad al Siz (XI sec.) nel suo Kitb al Qirnt wa tawl sin ‘l lam (Libro delle congiunzioni e delle rivoluzioni degli anni del mondo). Questi oroscopi delle eclissi lunari e solari e di altri eventi significativi nella fase iniziale della storia islamica sono datati, nel calendario siriaco seleucide, tra il 20 aprile 571 e il 22 dicembre 679. L’ultima data si riferisce a un’eclissi lunare che indicava l’ascesa al trono del califfo omayyade Yazd I (680 683); gli oroscopi furono eseguiti probabilmente durante il suo regno, usando in assenza di tavole astronomiche in arabo tavole in siriaco o in pahlavico. Il secondo gruppo di oroscopi storici, anch’esso riportato da al Siz, fu elaborato durante il regno del califfo abbaside Hrn al Rad (786 809) e contiene trentacinque oroscopi degli equinozi di primavera relativi agli anni in cui ebbero luogo le congiunzioni di Saturno e Giove, i decessi dei califfi o altri eventi significativi. Le date spaziano dal 19 marzo 571 al 20 marzo 786 e riflettono la diversità delle tradizioni astronomiche presenti nell’Impero orientale durante il califfato di Hrn al Rad: agli oroscopi, che cominciano con quello per l’anno in cui il Profeta morì, 20 marzo 632, sono assegnate date rispettivamente nel calendario musulmano che prende inizio dall’egira (hira), nel calendario persiano (corrispondente agli anni dell’ascesa al trono del sovrano sasanide Yazdagird III, data che coincide con l’inizio dell’invasione islamica, nel 632) e nel calendario siriaco seleucide. Così gli Z al Arkand (arkand è la traslitterazione nella lingua pahlavi del sanscrito ahargaa, che indica il numero di giorni trascorsi da un’epoca, ossia da un punto convenzionale a partire dal quale inizia il conteggio), scritti nel Sind poco dopo il 735, subirono gli influssi del sistema indiano ardhartrikapaka nonché di un trattato in pahlavi, probabilmente gli Zk i Arkand che a loro volta avevano esercitato un influsso sugli Zk i ahriyrn (Tavole astronomiche dei Re) composti per il sovrano sasanide Cosroe I Anushirwan nel 556. Gli Z al Arkand sindici conoscono le epoche dell’era aka (78), dell’egira (622), dell’era Yazdagird (632), del trattato di calcolo astronomico Khaakhdyaka (Bocconcini; 665) dell’autore indiano Brahmagupta e del regno (mulk) del Sind (735).Al ibn Sulaymn al Him menziona due epitomi di questi Z al Arkand scritte a Qandahar, nell’Afghanistan sudorientale, vicino al Sind: al Z al mi (Tavole astronomiche universali) e Z al Hazr (Tavole astronomiche dei Mille). L’ultimo nome si riferisce agli yuga (età) indiani, dove un mahyuga (grande yuga) corrisponde a 4.320.000 anni. La lunghezza dell’anno che al Him ascrive a questi due z 6,5;15.32.30 giorni in notazione sessagesimale, il che fa in modo che vi siano 1.577.919.000 giorni in notazione decimale in un mahyuga è quella dei citati Zk i ahriyrn scritti per il sovrano Cosroe e risale quindi probabilmente al trattato in pahlavi Zk i Arkand. Sugli Z al Arkand si basano anche gli z di Simn ibn Sayyr al Kbul; questo autore può essere identificato con il Simn che, insieme ad Ayyb, tradusse gli z di Tolomeo, cioè le Tavole manuali, per il ciambellano della famiglia barmecide Muammad ibn lid ibn Yay ibn Barmak, ma l’identificazione resta dubbia dal momento che la traduzione fu eseguita dal greco.Nel 742 furono composti, presumibilmente sempre nella regione del Sind, gli Z al Harqan (harqan, come anche arkand, è la deformazione del sanscrito ahargaa) che denotano l’influsso dell’ryabhaya (Trattato di ryabhaa), il trattato di astronomia indiana scritto da ryabhaa intorno al 500. Infine al Brn sostiene di aver trovato tra gli oggetti personali di un certo Al ibn Muammad al Ward nella città di Ghazna, nell’Afghanistan orientale, z scritti su un’antica pergamena basati sull’era di Diocleziano (r. 284 305), che discutevano le date delle eclissi solari tra il 90 e il 100 dell’egira: di questo esemplare, che può esser stato tradotto dal greco o dal siriaco, non si conoscono le date né il luogo di composizione della versione araba.Tra il 747 e il 754 Sad ibn ursnurrah tradusse dal pahlavi all’arabo cinque testi astrali attribuiti a Zoroastro. Il primo, intitolato Kitb Hayat al falak (Libro della configurazione della sfera celeste), era un trattato sull’astronomia teoretica e ricorda le opere arabe più tarde di ilm al haya (scienza della struttura [dell’Universo], dunque l’astronomia) che erano usate come manuali nelle scuole musulmane. Gli altri testi zoroastriani tradotti da Sad presuppongono la disponibilità di tavole astronomiche, poiché assumono per certa la possibilità da parte dei lettori di fare oroscopi. Presumibilmente, in questa fase iniziale i lettori utilizzavano un trattato pahlavi del periodo di Yazdagird III, gli Zk i ahriyrn, tradotti in arabo con il titolo Z al h (Tavole astronomiche reali) da al Tamm, forse prima dell’800.Ai più antichi Zk i ahriyrn di Cosroe I si rifece M allh (m. 815), un persiano d’origine ebraica della città irachena di Bassora, che eseguì molti oroscopi tra il 765 e l’809. Costui, insieme a Muammad ibn Ibrhm al Fazr, al persiano Ab Sahl ibn Nawbat e a Umar ibn Farrun al abar, contribuì a compilare l’oroscopo per fissare la data più propizia per la fondazione di Baghdad (30 luglio 762), nuova capitale dell’Impero musulmano durante il califfato abbaside. Mallh scrisse anche un libro di ilm al haya che sopravvive soltanto nella traduzione latina, forse di Gherardo da Cremona, databile a prima della metà del XIII sec., in quanto è citata nel De caelo et mundo di Alberto Magno, composto a Colonia tra il 1251 e il 1254. In quest’opera, De scientia motus orbis (o De elementis et orbibus coelestibus), Mallh descrive la fisica di un Universo aristotelico modificato così da consentire a un Creatore di intervenire nella sua Creazione ogniqualvolta e in qualunque modo voglia (l’autore in quest’ottica critica il concetto indiano di Creatore). Come trattato elementare di astronomia, questo testo ha un carattere eclettico: combina le dieci sfere delle Ipotesi planetarie di Tolomeo con modelli dei moti planetari identici a quelli descritti in sanscrito da ryabhaa; tratta inoltre il valore della precessione attribuito a Leonis nelle Tavole manuali di Tolomeo calcolato a partire dall’epoca sasanide del Diluvio, e riporta i nomi siriaci dei mesi. Mallh apprese la tradizione tolemaica in Siria anche grazie a Teofilo di Edessa, un erudito siriaco educato in Mesopotamia settentrionale, a Edessa e forse anche a arrn, dove dalla fine del 750 fino alla morte, nel 785, prestò la sua opera presso la corte abbaside in qualità di consulente astrologico e militare. Teofilo aveva certamente familiarità con l’Almagesto e con l’astrologia sia greca sia pahlavica; tra le fonti greche che egli usò maggiormente figurano anche i Thesauroi composti da Retorio d’Egitto tra il 625 e il 630 ca. e largamente utilizzati da Mallh nei suoi trattati astrologici. L’opera di Mallh, un compendio che fonde tradizioni differenti, testimonia pienamente la pluralità di influssi confluiti a Baghdad nel corso del primo periodo abbaside.Gli astronomi di Baghdad ebbero l’opportunità di un contatto diretto con le fonti sanscrite in occasione della visita di una delegazione inviata dal Sind alla corte del califfo al Manr avvenuta nel 771, secondo al Brn, o nel 773, secondo Ibn al Adam. Un astronomo indiano, che faceva parte della delegazione, lavorò con al Fazr e Yaqb ibn riq, i quali avevano quasi sicuramente qualche conoscenza dell’ryabhaya, benché l’opera di ryabhaa sembra sia stata tradotta in arabo da al Ahwz con il titolo Z al Arabhar solo dopo l’830 circa. Entrambi gli astronomi (o forse il solo al Fazr) tradussero dal sanscrito all’arabo il Mahsiddhnta (Grande Siddhnta), uno dei testi fondamentali della tradizione astronomica del Sind, che ebbe una notevole influenza nell’Islam orientale e servì a introdurre l’astronomia matematica nell’Andalus e nell’Europa occidentale. Il Mahsiddhnta è un’opera composta da 12 capitoli e fondata sul Brhmasphuasiddhnta (Siddhnta corretto di Brahm), ultimato nel 628 da Brahmagupta. Intorno al 775, al Fazr, basandosi su questa traduzione del Mahsiddhnta, sugli Z al h e sulle Tavole manuali di Tolomeo (che egli probabilmente conosceva nella versione siriaca o pahlavi), completò un’opera eclettica, intitolata Z al Sindhind al kabr (Le grandi tavole astronomiche indiane), nella quale era adottato il calendario persiano prendendo come epoca quella del trattato Zik i ahriyrn di Yazdagird III, 16 giugno 632; intorno al 788 pubblicò un nuovo insieme di tavole astronomiche, Z al sin ‘l Arab (Le tavole astronomiche secondo gli anni degli Arabi), in cui era utilizzato il calendario musulmano. Sempre verso il 775 Yaqb ibn riq, usando una commistione leggermente diversa di fonti indiane e persiane, aveva scritto alcuni z impiegando il calendario persiano. Sotto la guida di Mallh, anche Yaqb compose intorno al 777 778 un’opera di cosmologia, il Kitb Tarkb al aflk (Libro sulla struttura delle sfere celesti), in cui calcolò, senza attingere né alla tradizione tolemaica né a quella indiana, la distanza che intercorre tra la Terra e le sfere celesti, e fornì un metodo per calcolare l’ahargaa che poggia in gran parte sulle teorie di Brahmagupta. Yaqb fu anche l’autore di un Kitb f ‘l ilal (Libro delle cause) concernente l’uso dello gnomone per la determinazione del tempo.In questo periodo, accanto allo gnomone, furono introdotti nell’astronomia araba l’astrolabio e altri strumenti astronomici greci probabilmente provenienti dalla Siria, dove il vescovo di Qanneshrin, Severo Sebokht (m. 666), aveva scritto un testo sull’astrolabio intorno alla metà del VII secolo. In generale esistono sull’argomento varie teorie, tutte però difficili da verificare poiché nessuno dei testi cui si fa riferimento ci è pervenuto. Si crede infatti che al Fazr sia stato il primo astronomo musulmano a costruire un astrolabio piano in ambiente islamico e che abbia scritto trattati sull’uso di tale strumento nonché su quello di una sfera armillare; vi è anche un testo latino sull’astrolabio da alcuni attribuito a Mallh; inoltre, diversi bibliografi arabi menzionano un Libro sull’uso dell’astrolabio piano composto all’inizio del periodo islamico da Abiyn (Apin) o Anibn (Anebn) al Birq (Patricius) che, a quanto pare, fece le sue osservazioni astronomiche a arrn. Alcune testimonianze riportano una misurazione dell’obliquità dell’eclittica eseguita nella città persiana di Marw nel 776; mentre altre sostengono che Amad al Nihwand (m. 790) abbia utilizzato le sue osservazioni effettuate a Jundishapur prima dell’800 per comporre la sua opera andata perduta, al Z al mutamil (Tavole astronomiche complete), e che abbia redatto un’introduzione all’astronomia basata sulle teorie di Tolomeo.Dopo oltre un secolo caratterizzato da un forte eclettismo e da una cospicua attività di traduzioni, a partire dal IX sec. l’astronomia araba si orientò sempre di più verso l’opera di Tolomeo, considerata, insieme all’osservazione, quale base dell’astronomia matematica. L’influsso dell’eredità indiana continuò a farsi sentire soprattutto per quanto riguarda l’uso della matematica nell’indagine astronomica.2. L’astronomia popolaredi Miquel ForcadaL’astronomia popolare araba fece il suo ingresso nella tradizione erudita intorno all’VIII sec., quando i filologi arabi cominciarono a compilare lessici nei quali fecero confluire la conoscenza tradizionale preislamica relativa a molti aspetti dei fenomeni celesti (cosmologia, computo del tempo, orientazione, meteorologia). Da allora in poi, l’astronomia popolare araba divenne parte della cultura umanistica (adab) e dell’astronomia applicata al culto islamico (mqt) trasformandosi in una disciplina sistematica: lo schema concettuale a essa sotteso è il sistema degli anw, che è a sua volta all’origine di una tradizione di testi, i kutub al anw. Il termine arabo anw, plurale di naw, deriva dalla radice nw, che ha significati apparentemente contraddittori: descrive le azioni sia dell’alzarsi sia del cadere, quanto succede, per esempio, a chi sta cercando di sollevarsi con un carico che lo fa ricadere a terra. Quindi, nel senso astronomico, il verbo naa significa il tramontare a ovest di una stella o di una costellazione sul fare dell’alba, che coincide con il sorgere di un’altra stella o costellazione a est, detto raqb.Nel sistema trasmesso dalle fonti di anw compaiono ventisette costellazioni più un altro spazio senza stelle: sono i 28 luoghi dove la Luna dovrebbe trovarsi nel corso delle 28 notti del mese lunare, detti ‘case’ o ‘stazioni’ (manzil al qamar), perché si diceva che la Luna stazionasse (nazala) ogni notte del mese lunare in una di esse. Le stazioni lunari definiscono ventotto divisioni dello Zodiaco lunare che appaiono nei libri di anw e in altre fonti astronomiche legate allo Zodiaco solare, cosicché ogni segno corrisponde a due case e un terzo. Il sistema degli anw forniva agli Arabi una sorta di calendario solare approssimativo, perché tra il simultaneo sorgere e tramontare di due costellazioni e la successiva coincidenza del sorgere e tramontare di un altro paio di costellazioni trascorre un periodo di 13 giorni (naw). Moltiplicando 13 per 28, si ottengono 364 giorni, che diventano un anno completo con l’aggiunta di un giorno extra a uno di questi periodi. Il ruolo delle ‘case lunari’ in un calendario lunisolare è attestato nel Kitb al r al bqiya an al qurn al liya (Libro delle vestigia superstiti dei secoli passati) di al Brn, il quale afferma che l’osservazione del sorgere e del tramontare delle case lunari aiutò gli Arabi a sistemare il mese intercalare.L’effettiva importanza del sistema degli anw risiede però nell’associazione delle sue costellazioni con fenomeni meteorologici, soprattutto la pioggia. Il termine naw, infatti, riferito al tramonto delle costellazioni, significa non solo il lasso di tempo di 13 giorni summenzionato, ma anche un periodo più breve all’interno di questi 13 giorni in cui si verificano pioggia, vento, caldo e freddo. Per ciascuna delle 28 costellazioni determinanti le case lunari, i libri di anw contengono alcune frasi in rima relative agli eventi della vita beduina (molti dei quali legati al tempo atmosferico) che si attuano in occasione del loro sorgere. Vi sono anche frasi in rima per altre stelle importanti quali Sirio e Canopo; quest’ultima, in arabo Suhayl, svolge un ruolo significativo sia nel segnare il corso delle stagioni sia nell’ambito del mqt, poiché l’asse maggiore della Kaba, il santuario situato nella grande moschea della Mecca, è orientato verso il punto in cui essa sorge, che determina la direzione per la preghiera, ovvero la qibla. Anche se le fonti non forniscono materiale sufficiente per un’analisi completa, le stelle del sistema degli anw sembrano appartenere al mondo delle credenze preislamiche, in cui esse non rivestono un ruolo di meri indicatori, ma sono considerate cause dei fenomeni meteorologici (per es., la pioggia è attribuita al tramonto di una costellazione). Naturalmente queste credenze sono omesse nei libri di anw, che furono scritti nel periodo islamico (il termine naw non figura nel Corano), ma in essi spesso si trova traccia di moniti contro la pratica di auspicare le piogge invocando le stelle.Alcuni elementi inducono a ritenere che lo Zodiaco lunare, probabilmente attinto dall’astronomia indiana (dove le case lunari sono chiamate nakatra), sia stato introdotto come un’aggiunta a una procedura legata a credenze pagane che serviva a determinare i periodi stagionali e le piogge per mezzo di cicli stellari. A conferma di tale tesi, le fonti ricordano almeno un sistema di anw, attribuito ai Ban Quayr, che non prende in considerazione le 28 case lunari, di cui peraltro nella poesia preislamica non si trova alcun riferimento come a un insieme e dove anzi molte di esse non sono nemmeno menzionate; inoltre, soltanto ad alcune case è attribuito un ruolo effettivo come indicatori stagionali e meteorologici, mentre altre stelle, quali Canopo e Sirio, che hanno invece un tale ruolo, non sono considerate case. Tuttavia, la presenza del termine manzil nel Corano, con esplicito riferimento al computo del tempo, farebbe ritenere che l’associazione delle stelle e costellazioni del sistema di anw con le case lunari possa aver avuto luogo in tempi preislamici: “Egli è colui che fece del Sole uno Splendore e della Luna una Luce, e ne stabilì le dimore [manzil] nel cielo perché voi sapeste il numero degli anni e il computo del tempo” (X, 5); e ancora: “E alla Luna fissammo dimore [manzil] nel cielo, finché torna ricurva come un vecchio ramo di palma” (XXXVI, 39). I testi che ci sono pervenuti sembrano però confermare che l’introduzione dei manzil nel sistema anw sia stato un prodotto diretto dell’influsso dell’astronomia indiana, le cui fonti cominciarono a essere tradotte in arabo nel tardo VIII sec., quando furono compilati i primi trattati di anw.I trattati della tradizione di anw e gli almanacchiI primi autori di trattati di anw, andati però quasi totalmente perduti, appartenevano a una seconda generazione di filologi e lessicografi che, dopo il Kitb al Ayn (Libro della lettera ayn) di all ibn Amad, non intrapresero il lavoro di un lessico generale ma si concentrarono su opere monografiche: Muarri al Sads (m. 195/810); al Nar ibn umayl (m. 203/818); Qurub (m. 206/821), autore di una delle rare opere a noi pervenute, il Kitb al Azmina (Libro dei tempi), che appartiene a un genere affine, i kutub al azmina, ovvero ‘trattati sul computo del tempo’, in cui sono fornite anche informazioni sugli anw; Ibn Kunsa (m. 208/823 o 209/824); al Ama (m. 216/831); Ibn al Arb (m. 231/846); Ibn al Sikkt (m. 244/858). Comunque il più antico trattato di astronomia popolare araba che ci è giunto fu scritto da un giureconsult
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