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Nel frattempo avviene l’incontro dei due futuri cristalliers del Monte Bianco. Per dover di cronaca, Franco già durante l’autunno precedente aveva condotto Roberto lungo il bacino del Glacier du Miage per propagandare un’idea e convincerlo a questa filosofia della ricerca dei cristalli; in questo particolare ambiente, questa modalità di approccio, seppure diversificato nell’affrontare le montagne, ma di sapore antico come le medesime, poteva offrire ad entrambi grandi soddisfazioni. Così i due iniziano la Company, fin da subito presi da una passione che nel tempo diventerà sacro furore. Portandosi in quota sul Ghiacciaio del Pré de Bar(d?), trovano a alternativamente su di una vena sub verticale i loro primi minerali in fessura: fluoriti cubiche (bicolore) associate ai quarzi ialini con sporadica galena, anch’essa cristallizzata cubica. Questi campioni rimangono peraltro gli unici esemplari che tuttora si conoscano, trovati sul Massiccio del Bianco. La gioia ovviamente è stata grande, ma sin da quelle prime sortite i due si sono resi conto che ciò che più conta è usare il raziocinio, consapevoli che non ci si può improvvisare cercatori senza conoscere a fondo il terreno, così imprevedibile, incoerente, difficile, con cui avrebbero dovuto man mano misurarsi; a volte lo stesso diviene impenetrabile e alquanto pericoloso. Il sostare a lungo sotto pendici intenti al lavoro, avvertendo, ogni volta, la sensazione che il mondo ti crolli in testa, per aver creato appunto vuoti perigliosi. “Presi” dalla foga di svelare i segreti ancora occultati dalla roccia e dal ghiaccio, per quanto il Bianco fosse stato battuto ed esplorato fin dai tempi immemori. Ma del resto se una mano divina ha creato i ricercati minerali delle fessure alpine (secondo gli ultimi dati scientifici circa venti milioni di anni or sono nell’ultima fase dell’orogenesi) è impensabile che abbia voluto egoisticamente lasciarli nelle buie cavità: queste perfette figure geometriche di luce così splendenti e naturalmente cariche di affascinante mistero”.

Nel 1983, frequentano con assidua costanza il bacino del Fréboudze o Fréboudges (primi quarzi fumés di un certo pregio) in Val Ferret e, in Val Veny, il Piccolo Monte Bianco (rose di ematite, brookiti), spingendosi anche sotto l’Innominata oltre il Rifugio Monzino, nel tentativo di rincorrere i favolosi anatasi (ottaedriti o biossido di titanio) che un biellese vi aveva scoperto, si saprà poi, all’Aiguille Jean Joseph Croux.

Nel 1984, è la volta del Rifugio Gonella. Troppi collezionisti italiani, a partire dal cristallier di Milano Gualtiero Monistier, avevano rinvenuto in questo immenso petroso ghiacciaio, oltre alle numerose altre specie mineralogiche, splendide zeoliti, nonché quarzi con inclusione di bissolite ecc. Macché! Roberto e Franco pur “ficcanasando” sin sotto i torrioni delle Aiguilles Grises tornano a valle senza aver recuperato il benché minimo cristallino; i tempi non erano ancora maturi, è proprio il caso di dirlo: ci voleva pazienza nell’inseguirli. (Nel frattempo con un rigurgito di passione per l’alpinismo che si manifesta de temps en temps, in questo stesso anno a luglio, Roberto è nuovamente sull’Emilius con Osvaldo nella ripetizione della loro via “diretta” del 1980 sulla Parete Nord e aprono un nuovo itinerario leggermente diverso e più diretto alla vetta in compagnia di Sandro “Lupetto” Casalegno e di Maurizio Castellan).

Ma veniamo al 1985, poiché per la loro formazione di cristalliers il bacino del Triolet sarà importante. Infatti Roberto con Osvaldo scala in giornata dal fondo valle l’Aiguille de Talèfre da Arnouva per la Cresta Est (via Emile Rey che Roberto effettua, ma non “vede”, essendo impegnato a scavare come una talpa lungo tutti i 700 metri per accorgersi poi, al richiamo del compagno a mezzogiorno esatto, di essere arrivato in cima); la montagna si presentava ancora assai innevata, ma sufficiente per capire quanto questo massiccio monte fosse ricco di diaclasi (vene quarzifere). Pertanto da qui in avanti iniziano ad abbordarla con scorribande in numerose campagne (dici già “da qui in avanti” a venire). Bisogna tuttavia tener presente che, in questa zona, come nelle altre del massiccio in cui la geodinamica è stata intensa, cristalliers di ogni tempo, provenienti sia da Courmayeur sia da Chamonix attraverso il Colle Pierre Joseph, s’eran già fatti sedurre, esportandovi dalle fessure un nugolo incredibile di materiale. Solo grazie all’azione della canicola, che aveva ridotto e ridimensionato certi nevai pensili, i nostri due avrebbero trovato qualche fessura vergine.

Intanto nel 1986, anno del bicentenario della prima salita al Monte Bianco (peraltro anche la seconda salita del 1787 fu effettuata da tre cristalliers di Chamonix in preparazione di quella scientifica del de Saussure), Roberto, in un giro solitario sulla Parete Est dell’Aiguille d’Estellette, scopre, quasi senza volerlo, un sito importante. Salendo in seguito con il suo compagno Franco, dotato di un fiuto/intuito superiore al suo oltre e virtuoso della mazzetta, ecco che, a sorpresa, si rivela una litoclase stupefacente a quarzi ialini (con cristalli “faden” o con anima, da mille e una notte). La scoperta diventerà fonte di campioni per molti, molti anni a venire.

Così nel 1988, sul finire del mese di agosto, tornano pimpanti sul ramo superiore del ghiacciaio del Triolet e da questo verso (al?) il Plateau Méridional; è con loro l’aspirante guida di Gressan Stefano Grivel (unico superstite, con Hans Marguerettaz di Courmayeur, della tragedia del Lyskamm Orientale del 1985). L’estate fu torrida ed ovviamente anche la tenuta del permafrost assumeva scarsa consistenza all’interno d’un canalone del Versante Sud Est del Talèfre, dove devono dirigersi assolutamente. L’équipe evita una prima scarica di ghiaccio sopra la Goedecke (III+), mentre più in alto sul canale Roberto è colpito a sopresa da due blocchi improvvisamente staccatisi dal nevaio pensile superiore, con i suoi compagni che lo pensano spacciato. Sarà invece lui, al rientro, a soccorrere Stefano, maldestramente scivolato sulle placche rocciose, rimasto schiacciato a pancia in giù con tutto il carico verso la crepaccia terminale, impossibilitato a muovere anche solo un dito e con la corda tesa come quelle di un violino. Ma alla fine tutto si risolve per il bene. “Una fame di quarzi morbosa, manco fosse una bella donna pronta ad offrire le sue grazie”, afferma Roberto, ancora oggi preso da quelle emozioni. Tuttavia, al di là delle bersagliate di ghiaccio e dei massi evitati di un nonnulla, i cristalliers quel giorno arrivano a valle dopo la mezzanotte, con un carico di materiale collezionistico di oltre 40 chili a testa. Non senza altre peripezie, che avrebbero potuto rendere la gioia più che nefasta. Pochi giorni appresso, fuori dai lumi della ragione e infaticabili, Franco e Roberto tornano sullo stesso itinerario a recuperare altri quarzi fumés di un forno, che pareva inesauribile; per fortuna tutto resta calmo, imperturbabile. Neanche il fischio d’un sassolino. Sta di fatto che la montagna ha offerto loro ed in varie fasi durante quell’avvenuta trasformazione geologica, una rara scheelite (tungstato di Wolframio e calcio), numerosi quarzi gwindel o elicoidali assai ricercati dai collezionisti ed un grosso quarzo di circa 15 chili, che sarà poi ceduto al Museo Regionale di Scienze Naturali con sede a Saint Pierre.

Il 1989 è la chiave di volta per i due “avventurieri” di Charvensod, che confermano le lor indubbie capacità nell’affrontare ogni tipo di situazione; da questo momento il giovane alpinista Hans Marguerettaz di Courmayeur si unisce a loro formando così un’équipe formidabile operante nel settore meridionale del Massiccio. Hans del resto, dotato di un curriculum interminabile di exploit, con vie in solitaria eccezionali tra ypercouloir, supercouloir, concatenamenti etc, ritarda il passaggio a guida per via di un incidente in parapendio: con quell’effimero aggeggio visiona radente le rocce granitiche quando un colpo di vento lo sbatte contro. ed ecco la sberla contro una parete. Pazzesco. Ma ormai è in piena ripresa ed impaziente di tornar in forma per iniziare una collezione di minerali seria. Nonostante cederà quasi tutto il materiale del grosso forno, da lui scoperto sul Versante Sud Est delle Aiguilles Marbrées, al Museo Regionale, integrando la sezione mineralogia con quei pezzi mancanti, come ben sa il presidente Efisio Noussan. Si terrà comunque altri campioni notevoli come una fluorite rossa ottaedrica centimetrica inserita nei quarzi morioni dell’Aiguille de Toula. Fin dalle prime uscite tutto è fantastico per quei tre vagabondi, guardati con stupore e sospetto in funivia: sgangherati, lordi, affaticati e piegati sugli zaini, quasi sempre gonfi al limite del “peso atomico”. In effetti, oltre all’attrezzatura alpinistica, il cristallier deve portarsi appresso tutta una serie di ferraglia da scavo micidiale; questa lo stronca già fin dalla partenza all’alba; figuriamoci appunto quando la sorte lo premia con il dovuto carico di rinvenimenti. Tuttavia, al di là di ciò che può pensar la gente, questa campagna resta nel loro animo incancellabile per ovvi motivi sopraccitati; a volte l’unione fa la forza nella capacità di dover faticare e soffrire. Ed eccoli giù nei territori prediletti da Hans, sotto il Vecchio Rifugio Torino, nel cosiddetto “canalone del cesso”: famigerato luogo dai frequenti “agguati” e tale da disorientare perfino i gracchi corallini, quando si alza la polvere. Ma qui, al limite estremo di un nevaio irriducibile,
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fuoriescono da quel granito instabile quarzi fumés di rara bellezza che potrebbero ben figurare in qualunque collezione mondiale. Inoltre altri minerali come le rose di ematite, la calcite e quelli delle terre rare: la monazite e l’allanite dentro dei quarzetti che, per individuarli nell’argilla o nella clorite, bisogna essere proprio “cazzuti e duri”. Poi è la volta delle Marbrées, del Colle del Gigante, del Grand Flambeau, dell’Aiguille d’Entrèves e così via, sino al Mont Noir du Peutérey (pirite di rara simmetria e quarzi ialini con epitassia della siderite). Si annovera da parte degli stessi anche una discesa dal Piccolo Monte Bianco direttamente sul Miage seguendo le tracce dei camosci, in arrampicata libera (piriti cubiche con quarzo e titaniti con adularia), su di un tracciato che, alpinisticamente parlando, è forse quasi sicuramente un primo percorso. Nuovamente sul Talèfre (fluoriti ottaedriche rosa con quarzi fumés; anche questi pezzi andranno al Museo, mancante di questo ricercato minerale a forma di piramide). Ancora all’Estellette, dove Hans cala Roberto dalla parete alta più di 60/70 metri con un piastrone di circa 65 chili sul groppone e con il timore che, essendo la corda alquanto assottigliata per il carico eccessivo, possa spezzarsi da un momento all’altro. Ancora oggi mi chiedo, quasi a voler fingere di non saperlo, come mai soffro di un mal di schiena tremendo. Ma con la soddisfazione e la consapevolezza che quel macigno finirà in donazione al Museo.

Nel 1990 l’équipe è impegnata sotto i Mont Rouges du Peutérey (quarzi ialini tabulari geminati con cerussite); poi al Pic de la Brenva (quarzi fumés faden e fluorite ottaedrica verde). Hans, oltre al passaggio a Guida Alpina conseguirà anche quello di pilota di aliante.

Dopodiché nel 1991 la banda si porta sulla “gengiva” del Dente del Gigante dove Franco li aspetta trepidante, poiché i suoi compagni scendono sul dirupo (Périades); superata la spalla superiore (Est) si spostano sul Versante Nord e, con una breve attraversata, sostano sullo Spigolo Nord Est ad un tiro di corda dalla vetta. Qui Hans, con le gambe a penzoloni, lavora con il palanchino e il rampino nella cavità cristallizzata (quarzi morioni di cui un esemplare stupefacente con quarzi a grappolo di oltre 40 cm in altezza). Affardellano gli zaini e, recuperato il bottino, tornano sui loro passi con una serie di corde doppie che devono a mano a mano attrezzare e con un terribile precipizio sotto di loro ed il senso di vuoto per un salto di 800 metri. Sono discese emozionanti e tali da mozzare il fiato in tutti i sensi, a causa del sovraccarico ovviamente. Poi in équipe, affrontano in diverse uscite uno tra i più selvaggi luoghi del Massiccio: la Punta Yeld, il Ghiacciaio dei Périades sulla Parete Nord Nord Ovest del Dente, dove certe “dalles” o placche, stanno appiccicate con lo sputo. Ambiente terribile e passaggi umani molto infrequenti, fin dai tempi della carovana Zimmer del 1900.

Infine il 7 settembre del 1991, con il gruppo sparpagliato sull’Aiguille de Talèfre, Roberto, posizionato su d’un irto suggestivo pendio ghiacciato della variante di Luigi Carrel (Versante Est), rimane vittima di un incidente pauroso, ma dall’esito incredibilmente fortunoso. Per evitare un masso che lo sovrasta in altezza, cade e “deve” seguirlo giù a rotta di collo lungo un colatoio per decine di metri arrestandosi, grazie ad una protuberanza granitica, lì giustappunto emergente in contraltare. La stessa gli salva la pellaccia. Se la caverà, (pressocché denudato) con la rottura del malleolo del piede sinistro e con escoriazioni superficiali in tutto il corpo. Fatto questo che gli servirà da lezione insegnandogli a calzare i ramponi, reggere la piccozza in mano, mettere il caschetto in testa, anche se cuoce il cervello (“tanto più di così!”, dice lui) e ad affrontare l’avventura con un minimo di dovuta sicurezza, conoscendo l’andazzo. Ma si dubita alquanto che queste regole essenziali vengano sempre applicate o rispettate da parte del soggetto.

Tuttavia nel 1992, dopo avere superato (assorbito) le paure, è con Hans al Colle Savoie (gwindel e quarzi ialini). Scendendo in cordata dalla “Brche” dei Monts Rouges de Triolet, con una attraversata a zig zag sul ghiacciaio, si fermano sul margine di un isolotto roccioso in dirittura della Punta Isabella. Hans inizia a calare Franco sul lato opposto e, su una sporgenza a circa 30 metri dal sottostante ghiacciaio, il loro compagno in attesa fa una scoperta eccezionale su di una crepa quasi verticale e satura di terriccio. Infatti rampinando, rampinando con l’indispensabile ferro del mestiere, estrae un campione con due cristallini sopra piramidali verde chiaro di cui uno centimetrico. Quando i tre si trovano su quell’esile sporgenza, lì per lì, pur ammirandone la bellezza, non capiscono una mazza sulla natura o la specie di ciò che è stato ritrovato. ( Si trattava di un minerale delle terre rare: la Kainosite, unico per il Monte Bianco e conteso e richiesto in seguito anche da diversi Musei Alpini). Più avanti vengono depositati dall’elicottero nella depressione tra il Mont Gréuvettaz (éu? o eu?) e l’Aiguille de Leschaux, grazie all’interessamento del Noussan. Bivaccano lassù nel tentativo di recuperare del materiale; stessa cosa presso il Bivacco della Brenva. Nel frattempo Hans, ormai preso pure lui dal germe/virus della mineralogia, ha da tempo la fregola di organizzare nel suo paese la prima “Mostra Mercato” del minerale e del fossile, evento che si svolge poi il giorno di Natale.

Nel 1993, sopra una variante di Hans (diedro di 40 metri a fianco della Via Goedecke del 1975) della Cresta Sud Est del Talèfre, Franco e Roberto con Giorgio Lale Maurix di Saint Pierre, lavorando su un arcaico forno, riescono ad estrarne alcune piastre farcite di quarzi adamantini di circa 35 chili l’una. Verranno mostrate (esposte) alla seconda “borsa”, che Hans organizza per l’ultima settimana di agosto; iniziano così ad esporre, oltre al frutto delle loro fatiche, libri antichi sulla tematica. Dopodiché, Franco con Giorgio e Dario Vighetti di Aosta sfondano un altro diaframma sulla litoclase dell’Estellette, che elargisce loro meravigliosi campioni con un faden di 27 cm. Sul finire di settembre, invece, Hans e Roberto dal Colle Supérieur de Savoie effettuano ricerche sullo Spigolo Sud Sud Ovest dell’Aiguille. Di questa via si è a conoscenza di una sola cordata in discesa; nessuna in salita.

Ed eccoci giunti al 1994: è degno di nota ricordare i due giorni di fine luglio che Roberto passa con Hans alla Dent de Jétoula. Qui infatti dopo una calata di 60 metri sul versante Rochefort, dove il suo compagno, in un precedente giro solitario, aveva trovato numerosi gwindel morioni e pressoché tutti in matrice, Roberto inquieto non può fare a meno di ammirare non tanto l’imprendibilità del forno sospeso nel baratro, quanto l’indicibile bravura e il coraggio dell’amico, dotato peraltro di straordinaria umiltà. Dopo un bivacco all’addiaccio, l’indomani si calano fiancheggiando la Cresta Sud (Via Gigi Panei), ma senza esito alcuno, fino alla base del Ghiacciaio del Mont Fréty. Poi, raggiungendo il Rifugio del Pavillon, Hans gli comunica la possibilità di esporre i loro campioni lungo il tracciato della funivia, avendo ottenuto in pratica l’ok dal Conte Titta Gilberti. Teme tuttavia un sabotaggio della terza manifestazione dei minerali, anch’essa in programma, poiché ha avuto un contrasto duro con il Sindaco per questioni di natura politica sulle Valli Vény e Ferret ecc. “Il quale, e di lì a poco tempo dopo, probabilmente stizzito, non ci pensa su due volte a iniziare le pratiche per il decreto che vieterà la raccolta dei minerali sul territorio del Monte Bianco a lui competente con la sua giunta”, spiegano i due ( Più o meno quello che era già in vigore a Bellecombe e Banchette nei comuni di Chtillon e Montjovet e, dove ovviamente, andrà preventivamente a prendere informazioni). Il 14 agosto Hans si trova ancora con Roberto sulla terrazza di Punta Helbronner: l’intenzione è quella di raggiungere il Dente del Gigante: ma una nevicata in quota, li devia giù verso la Vierge. Pertanto si calano lungo lo Sperone Settentrionale del Petit Flambeau trovando, quasi verso la sua base e sopra un terrazzino, insoliti quarzi ialini di oltre venti cm di altezza con laumontite. La gioia è esaltante! Come sempre d’altronde in questi casi si abbracciano, inconsapevoli che sarà ineluttabilmente purtroppo l’ultimo abbraccio, come ultimo sarà l’appuntamento di Hans con la montagna. Quindi felici, incartano minuziosamente i migliori pezzi, lasciandone altri in vista di un eventuale ritorno e risalgono lungo la scimitarra nevosa (anche questa probabilmente risulterà una via mai prima effettuata) raggiungendo in breve la funivia.

Il giorno dopo Hans partecipa alla festa delle guide e, il 21, avendo il volo libero nel sangue, rientrando con il suo aliante dalla Val d’Ayas si schianta tragicamente sulla pietraia meridionale del Mont Tantané (La Magdeleine). Aveva solo 30 anni ed è sempre difficile farsi una ragione del perché o del per come; era un vero professionista a tutto campo. Non vi è dubbio che della perdita di un personaggio simile abbiano risentito la mineralogia in Valle e la piccola Città di Courmayeur, soprattutto nella tradizione dei cristalliers, dove ben si sa che il tempo perduto è rimasto tale nel dare continuità all’epopea.

“Les cristaux c’est une étincelle de pureté”, diceva la guida/cristallier Georges Bettembourg e, aggiungeva: “E’ anormale passare una vita in montagna senza vedere dei cristalli”.

La manifestazione della mostra mercato viene presa in mano dagli amici di Hans Walter e André Grivel, ma purtroppo cesserà di esistere nel 1996.

Intanto, nel 1995, c’è un grande evento culturale espositivo al Centro Saint Bénin di Aosta: “Les Dents de la Terre”, patrocinato dalla Regione Valle d’Aosta, al quale partecipa appassionatamente il gruppo mineralogico “Les Amis di Berrio”. Lo stesso collabora in seguito con il collezionista francese Dr. Eric Asselborn per il suo: “Minéralogie de Chamonix”.

Dopodiché, nel 1996, Franco e Roberto con l’intervento del geologo Paolo Castello proiettano le loro diapositive “I cristalliers si raccontano” al Jardin de l’Ange di Courmayeur,
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spazio riservato dall’amico di Franco Henry Truchet. Nel frattempo fervono i preparativi in vista dell’apertura de