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Andr K a Palazzo Ducale di Genova e l’arte rivoluzionaria di Renato Guttuso a Torino, la Dancalia, uno dei pochi luoghi della terra dove ancora possibile osservare i fenomeni che hanno dato origine al mondo, fotografata da Andrea Frazzetta in “Danakil: Land Of Salt And Fire” a Roma; e poi ancora la storia italiana dagli anni ’70 al 2000 raccontata attraverso la moda in “Italiana” a Milano e la citt della Madonnina ritratta con l’occhio neorealista di Nino De Pietro in “Schegge di periferie”. E ancora, per volgere lo sguardo oltre l’Europa, ultima settimana per “Paco. A Drug Story” di Valerio Bispuri al Museo di Roma in Trastevere.

Henri Cartier Bresson lo inser nel proprio pantheon personale: “Qualsiasi cosa facciamo, Kert l’ha fatto prima di noi”, scrisse. Prospettive audaci, angoli inusuali, visioni surrealiste applicate alla fotografia e distorsioni, Andr Kert (1894 1985) uno dei grandi pionieri dello scatto che ha lasciato un solco nel ventesimo secolo soprattutto per la sua abilit nel creare composizioni. Dal 24 febbraio al 17 giugno Palazzo Ducale di Genova prende in prestito dal Jeu de Paume di Parigi 180 fotografie del maestro ungherese, pi quattordici rare pubblicazioni dell’epoca concesse da una collezione privata italiana, per dedicargli una retrospettiva, a cura di Denis Curti, che rende conto di oltre cinquant’anni di carriera. Immagini utilizzate come fossero un diario visivo, colte in guerra sul fronte russo polacco quando si arruol volontario nel 1915, o nella Ville Lumi al suo rientro, ma sempre delicate, quasi a voler ricacciare dal mondo gli aspetti pi crudi e originali.

Curata da Pier Giovanni Castagnoli, con la collaborazione degli Archivi Guttuso, la mostra raccoglie e presenta circa 60 opere provenienti da importanti musei e collezioni pubbliche e private europee, tra cui le tele di soggetto politico e civile dipinte dall’artista antifascista dalla fine degli anni Trenta alla met degli anni Settanta. Nell’ottobre del 1967, in occasione del cinquantesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre, Renato Guttuso scrisse su Rinascita, la rivista politico culturale del Partito Comunista Italiano, un articolo intitolato “Avanguardie e Rivoluzione” in cui riconosceva alla rivoluzione il merito di aver fondato una nuova cultura con cui si identifica profondamente e a cui faceva professione di fede: “L’arte umanesimo e il socialismo umanesimo”. A poco pi di cinquant’anni dalla pubblicazione di quell’articolo la GAM di Torino riconsidera il rapporto tra politica e cultura attraverso una mostra dedicata all’esperienza dell’artista siciliano, a partire dal dipinto “Fucilazione in campagna” del 1938, ispirato alla fucilazione di Federico Garcia Lorca, alla condanna della violenza nazista nei disegni urlati e urticanti del “Gott mit uns”(1944) e all’epica popolare di “Marsigliese contadina”, 1947 o “Lotta di minatori francesi”, 1948. Un grande, ininterrotto racconto che approda, negli anni Sessanta, a risultati di partecipe testimonianza militante, come in Vietnam (1965) o a espressioni di partecipe affettuosa vicinanza, come avviene, nel richiamo alle giornate del maggio parigino, con Giovani innamorati (1969) e pi tardi, in chiusura della rassegna, a quel compianto denso di nostalgia che raffigura i Funerali di Togliatti (1972) e in cui si condensa la storia delle lotte e delle speranze di un popolo e le ragioni della militanza di un uomo e di un artista.

Un viaggio tra le infinite distese di sale, laghi dai colori psichedelici e vulcani attivi. Situata nella parte settentrionale del triangolo di Afar, zona che deve il nome alle popolazioni nomadi che vi abitano, la vasta depressione della Dancalia l’anello di congiunzione di tre placche tettoniche in costante espansione tra Etiopia, Eritrea e Gibuti, una terra in continua evoluzione che allo stesso tempo paradiso e inferno. un luogo ancestrale, fatto di fuoco, sale e lava, dove ancora possibile osservare i fenomeni che hanno dato origine al mondo. Quando 20mila anni fa le sue acque si sono ritirate e il mare evaporato si sono create le particolari condizioni che hanno generato una distesa di rocce evaporitiche e la piana del sale, un deserto circa 600 chilometri. Con le sue fotografie Andrea Frazzetta racconta uno dei luoghi pi vulnerabili al mondo: il fuoco proprio sotto i nostri piedi, a cinque chilometri, e la crosta terrestre viene sottoposta a sollecitazioni di ogni tipo. una parte del pianeta abitata dagli Afar, popolo nomade che si adattato a sopravvivere in una terra dura e impossibile, guadagnandosi nel tempo la fama di popolo di guerrieri.

“Ehi senti, se vuoi salire un momento a bere un bicchiere di vino, qualcosa. per non voglio obbligarti, sarai in ritardo e tutto il resto”. “No va benissimo, ho tempo. Ho soltanto l’appuntamento con lo psichiatra”. “Vai dallo psichiatra?”, “Si, da quindici anni soli. Gli concedo un altro anno,
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poi vado a Lourdes”. La prima volta che Brian Hemill incontr Woody Allen fu sul set di “Io e Annie”. Era il 1977 e il film portava ancora il nome di “”Anhedonia” preso in prestito dalla psichiatria per indicare l’incapacit di provare piacere. Prima di allora Hamill non aveva mai visto i film del cineasta americano, ma presto capisce che il nevrotico personaggio logorroico e pieno di manie che va in scena non altro che una finzione, e che Woody, in realt un uomo parco di parole e complimenti, che non interagisce molto con i suoi attori e che al classico “cut!” alla fine di una scena, sostituisce un laconico “okay”. “Ha gli occhi dietro la testa, sa riconoscere gli scatti che meritano, ha un’anima dice invece di Hamill il grande regista sa comporre, illuminare: arriva al punto”. E infatti lo porta con s su ben ventisei set, tra cui “Manhattan” (1979) e “Zelig” (1983): queste e altre fotografie, “rubate” dietro le quinte ma anche a casa di Allen mentre ai fornelli o mentre studia le pellicole appena girate in cucina, sono in mostra a Mantova fino al 22 aprile. “Brian Hamill’s Test of Time: Woody Allen, New York e gli altri” racconta in cinquanta immagini la carriera del fotoreporter e fotografo di scena che dagli anni ’70 ha lavorato sul set di oltre settantacinque film, ma dipinge anche un affresco della cultura e della scena newyorkese a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta fatta di attori, musicisti e sportivi che sono diventati vere e proprie icone: Maryl Streep, John Lennon, Francis Ford Coppola, Barbara Streisand, Robert Downey Jr, Mohammed Ali e Robert De Niro sul set di Toro Scatenato.

Lui e lei con i capelli lunghi, lui e lei in doppio petto grigio, lui e lei quasi alla stessa altezza: si tengono per mano e guardano dritto nell’obiettivo, alla pari. In “Unilook di Giorgio Armani pubblicato in “L’Uomo Vogue” di dicembre gennaio 1971 1972, c’ tutto il portato delle grandi conquiste femministe, dell’idea di uguaglianza che ha permeato gli anni del dopoguerra, della lotta contro gli stereotipi di genere. Inizia con la rivoluzione in passerella degli anni Settanta “Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971 2001”, la mostra ideata e curata da Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi, dalla nascita del pret con Walter Albini fino alle Torri Gemelle e alla grande crisi si dipana un percorso che traccia la storia italiana guardandola con gli occhi della moda.

Milano tra gli anni Cinquanta e Ottanta colta dall’obiettivo della Leica di De Pietro: in “Schegge di periferie” forte il rimando al cinema neorealista italiano di Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti nella rappresentazione della vita nella sua immediata realta, senza idealizzazioni o abbellimenti. Un realismo poetico in cui Milano appare nei suoi scorci non convenzionali, luoghi dismessi resi vivi dai sentimenti dei suoi abitanti, senza regole formali o imposizioni ideologiche. Il fotografo percorre “disordinatamente” le strade di Milano eseguendo straordinarie sequenze fotografiche dove si accavallano i luoghi della vecchia periferia: i navigli e i cortili delle case di ringhiera dove sono ancora presenti le tracce delle incursioni aeree della seconda guerra mondiale, la neve a Sesto San Giovanni, le scritte sui muri, le tende da sole dei grandi condomini periferici, la ferrovia nel quartiere di San Cristoforo, la Trattoria del Risveglio frequentata da Giorgio Gaber, le discariche e le loro sedimentazioni di “testimonianze ambientali”, le baracche di viale Plebisciti, il Vicolo dei Lavandai, la Fiera di Sinigaglia, gli oggetti di lavoro, le biciclette e i panni stesi ad asciugare, i tram, i manifesti del cinema e quelli strappati dai muri.

Diffusosi a partire dagli anni Novanta, prima in alcuni quartieri di Buenos Aires, poi nelle favelas e nelle periferie di tutto il Sudamerica, il consumo di paco aumentato notevolmente agli inizi del duemila. Si tratta di una droga estremamente nociva, ottenuta con gli scarti della lavorazione della cocaina, miscelati a cherosene, colla, veleno per topi o polvere di vetro. I giovani, che sono i consumatori pi assidui, arrivano ad aver bisogno di assumere fino a venti dosi al giorno di paco con conseguenze devastanti poich d immediata assuefazione. Valerio Bispuri e entrato in questo inferno di morti viventi per raccontare la sofferenza e la vita nei ghetti periferici, viaggiando tra Argentina, Brasile, Peru, Colombia e Paraguay e condividendo la quotidianit dei consumatori di paco. Bendato per non riconoscere i luoghi in cui si muoveva riuscito a farsi accompagnare nelle “cucine della droga”, ha seguito le vite distrutte dei consumatori e delle loro famiglie,
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ritraendoli nelle sue immagini dal grande impatto emotivo e narrativo.